Le amministrative hanno la loro specificità che poco ha a che fare con le politiche

Opinioni

Il voto di domenica ci dice che la gente valuta le facce, indipendentemente dal partito

Premessa numero uno: le elezioni amministrative non rappresentano un test definitivo per la valutare l’operato di un leader nazionale. I cittadini quando scelgono il proprio Sindaco valutano la persona, il suo curriculum, la sua storia. Il progetto di città proposto. Abbiamo visto il M5S dato dai sondaggisti come vincitore delle prossime elezioni politiche sia spartito dalla partita nei grandi centri in questa tornata elettorale. I grillini hanno già perso le politiche 2018? Le amministrative non possono dirlo.

Premessa numero due: non esistono più le “Stalingrado d’Italia”, roba buona per la narrativa politico-giornalistica, ma che non è più legata alla realtà. La filiera PCI-PDS-DS-PD non funziona più in automatico, là dove la cultura operaia e partigiana era forte, oggi, i cittadini, valutano – e votano – anche un’offerta politica lontana da quella cultura. Non ci sono (quasi) più voti fidelizzati o sicuri.

Premessa numero tre: il Pd, anche da questa tornata elettorale, esce come il partito con il maggior numeoro di sindaci. Ma le sconfitte di Genova, Verona, Parma, La Spezia, Monza pesano più delle vittorie e quindi il Pd ha perso, in ogni configurazione, a dimostrazione che non c’è la formula magica capace di garantire la vittoria. Questo turno di amministrative lo ha vinto il centrodestra a trazione leghista. Vince Salvini. Chi esulta – da sinistra – dovrebbe tenerlo a mente.

Fatte le doverose premesse, la risposta alla domanda che in tanti pongono, la colpa della sconfitta è da attribuire a Renzi?, è semplice ed è no.

Matteo Renzi  – facendo una scelta opposta a quella di Macron che lasciò il Partito Socialista per correre da solo – è segretario del Partito Democratico ed ha vinto per due volte le primarie, nel 2013 e nel 2017. Alle consultazioni nazionali dove il Pd si è presentato sotto la sua guida, le Europee del maggio 2014 e il Referendum costituzionale del 2016, ha raccolto 11.203.231 voti per le prime e 13.432.208  voti per il Sì al Referendum (la posizione ufficiale del Partito Democratico anche se molti dirigenti nazionali fecero una scelta diversa).

Bastano quei risultati per dire che va tutto bene? No. I successi di partecipazione alle primarie e alle urne non consegnano comunque un Pd in salute. Troppe liti interne, troppo tempo passato a discutere di tematiche per gli addetti ai lavori. Tanta comunicazione (forse troppa) e poca politica dal basso. Se a livello nazionale un sentiment pro Pd e pro Renzi c’è e fa registrare numeri interessanti (per i sondaggisti è attorno al 30%) nei territori il tutto si fa più complicato.

L’arrivo di Matteo Renzi sulla scena politica nazionale aveva rappresentato la speranza, soprattutto nei territori, di vedere facce nuove e possibilità nuove per chi era stato tenuto ai margini. Troppo in fretta la classe politica locale è salita sul carro renziano cambiando solo maglia garantendosi sopravvivenza (politica, naturalmente) e lasciando tutto invariato, facendo restare così fuori dalla porta – per logiche puramente locali – chi chiedeva di entrare.

Anche la classe dirigente renziana da giovane e rampante all’assalto del palazzo, capace di raccogliere simpatie e apprezzamenti, è stata via via percepita – dall’opinione pubblica – come il palazzo stesso e il miglior governo degli ultimi anni, quello guidato da Matteo Renzi, è stato criticato, più del dovuto, per quello che non è riuscito a fare invece di essere apprezzato per le tantissime cose fatte dopo un lungo immobilismo da parte di chi c’era prima.

Il Pd, soprattutto nei territori, invece di somigliare sempre di più alla Leopolda è rimasto grosso modo ancorato alle vecchie sezioni del PCI-PDS-DS. Oasi di nostalgia in mezzo ad un mondo in continuo mutamento. A quanti in queste ore – dopo i ballottaggi di ieri – si aggrappano alla retorica della nostalgia rimpiangendo L’Ulivo o la gloriosa macchina da guerra bisogna rispondere rispolverando la rottamazione, non delle persone (ci mancherebbe) ma dei potentati locali e dei modi e modalità che allontanano soprattutto le nuove generazioni. Non è un caso infatti che i più giovani (a parte poche eccezioni) non si avvicinano al Pd.

Anche in questo caso, non è sufficiente aprire le porte della stanza dei bottoni ai millennials (è comunque un bene che sia stato fatto), ma serve  un’ agenda politica coraggiosa e lungimirante per porre fine a quel genocidio generazionale, per dirla con le parole di Giuliano Da Empoli, in atto in Italia da 30 anni.

Il voto di domenica ci dice che la gente valuta le facce, indipendentemente dal partito (una logica che su scala nazionale, senza i collegi piccoli non può avvenire), pesa le parole, discute sui progetti a cui sceglie di aderire o criticare. Sono convinto che nel Paese ci sia ancora voglia di vera politica e che qualcuno gliela offra, a viso aperto, senza intermediari.

Tocca a Matteo Renzi decidere se allontanarsi dalla politica politicante fatta di liti continue e discussioni infinite sulle alleanze o sul sistema elettorale più utile a questo o quel partito e aprire le porte della più grande infrastruttura politica del Paese a chi chiede di entrare e di dare il suo contributo.


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