Le elezioni in Olanda non allontanano i problemi dell’Europa

Opinioni

Insomma le elezioni olandesi consegnano molto materiale su cui riflettere, a partire da una attenta disamina del contesto in cui si sono svolte le elezioni

Mai come questa volta le elezioni politiche in Olanda avevano riscosso tanta attenzione da parte dei media di tutto il mondo. Dopo Brexit e dopo Trump negli Stati Uniti (oltre ad altri casi minori e meno citati) l’apprensione che anche nei Paesi Bassi si registrasse un’affermazione dei populisti aveva catalizzato i riflettori di tutto il pianeta. Non è andata così, per fortuna, anche grazie ad un’affluenza record che non si registrava da oltre 30 anni: l’82% di partecipazione al voto è di quasi 8 punti superiore al 2012 ed ha sicuramente contribuito a dar fiato alle forze più moderate. Trovo siano da prendere con molta cautela, però, le analisi che traducono l’esito olandese in “un voto per l’Europa”. Sicuramente non è stato un voto “contro l’Europa”, ma da qui a tradurre questi risultati in una assoluzione delle istituzioni continentali dalle loro responsabilità come si legge in dichiarazioni di politici ed editorialisti, ce ne passa.

La chiara affermazione del Partito popolare per la libertà e la democrazia (Vvd, di area centrodestra) guidato dal premier uscente Mark Rutte, ha scacciato lo spettro di Geert Wilders, leader e fondatore del Partito per la libertà (Pvv), formazione nazionalista di destra estrema nota, ad esempio, per ritenere il Corano alla pari del Mein Kampf di Hitler. Rutte ha perso comunque 10 seggi rispetto alle precedenti elezioni (31 contro 41), mentre Wilders ne ha guadagnati 4 (arrivando fino a 19).

Ad arginare la sua avanzata ci hanno pensato i cristiano-democratici di CDA e i liberali di sinistra di D66, rispettivamente in aumento di sei e sette seggi ed entrambi arrivati a quota 19. Segue una folta schiera di partiti e partitini che entreranno nella Tweed Camer (eletta a suffragio universale, mentre la Eerste Camer è scelta dai rappresentanti delle Province) grazie ad un sistema elettorale che spinge al massimo della frammentazione: proporzionale puro che consente di ottenere un seggio anche con un semplice 0,6% dei consensi.

Degni di nota il boom della Sinistra Verde, che quadruplica i seggi passando da 4 a 16, e il tracollo dei laburisti che perdono 29 seggi precipitando da 38 a soli 9 rappresentanti eletti: un disastro che conferma una volta di più la profonda crisi della socialdemocrazia in Europa, perdente pressochè ovunque. Insomma le elezioni olandesi consegnano molto materiale su cui riflettere, a partire da una attenta disamina del contesto in cui si sono svolte le elezioni. Andrebbe valutato l’impatto delle tensioni di questi giorni tra il governo di Rutte e la Turchia di Erdogan, di un’economia che registra una crescita del Pil del 2% annuo, una disoccupazione sotto al 6% e un rapporto deficit/pil all’1,4%.

Che non abbiano vinto quelli che vorrebbero la dissoluzione dell’Unione europea è un fatto certamente positivo; ma gioire perchè questo sia stato un “voto per l’Europa”, rischia di essere un diversivo per scansare ancora una volta i problemi del nostro continente.

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