Le shake news peggiori delle fake news

Opinioni

La rincorsa della Tv al sensazionalismo in alcuni casi fa più male delle fake news

Puntata del 7 dicembre scorso di “Porta a Porta”. Il caso di un giovane pluriomicida di Novi Milanese, che ha fatto fuori nonni paterni e zia e avvelenato altri parenti gettandoli in condizioni critiche, viene presentato con chiare allusioni alla letteratura mystery come “Il giallo del tallio”.

Farmacologi, criminologi e giudici presenti in studio non si discosteranno da questa cornice interpretativa per tutti i circa venti minuti concessi da Vespa all’aggiornamento su dinamiche e indagini. Finanche il colonnello dei carabinieri Roberto Ricciardi, in divisa fra gli ospiti, viene presentato come saggista di romanzi noir, e sarà proprio lui a spingere la conversazione verso l’uso che ha fatto l’indimenticabile Agatha Christie della famigerata sostanza che uccide lentamente, con micidiale efficacia, e in maniera del tutto insapore e inodore.

Il ragazzo viene definito in maniera sbrigativa (più volte Vespa lo chiama “questo” senza nome), come “il nipote solitario”, dotato di “intelligenza criminale” e “lucidità pazzesca”, il suo comportamento viene associato a delirio paranoideo, si contano i flaconi che aveva comprato e a che prezzo sul Web; del tallio se ne ricorda l’uso nel cinema, nell’arte, nella storia, lo si paragona ad arsenico e cianuro, ci si rifà alla morte di Socrate, se ne spiegano gli effetti tossicologici, gli usi industriali come topicida, si auspicano maggiori
controlli sulla tracciabilità on line di questi elementi chimici pericolosissimi.

Tutto, ma proprio tutto, dentro un contenitore di informazione frantumatissima, e ai limiti dell’insignificante e del retorico, non viene lasciato al caso. Il linguaggio dominante è psichiatrico-giudiziario, punitivo e moralistico o, peggio, mirato a prendere di un evento tragico gli spunti più morbosi e spettacolari, e proporlo come un divertissement che echeggia quasi un Cluedo o una caccia all’assassino versione thriller movie.

Possiamo dire che siano state date notizie false? Assolutamente no. Ma i pezzi più inquietanti e meritevoli di approfondimento della storia triste di Mattia Del Zotto hanno avuto lo spazio di meno di un paio di minuti nel servizio introduttivo: aveva perso il lavoro, si era chiuso in casa, sempre di fronte al computer, senza amici, senza un
anelito di vita, era precipitato in una spirale depressiva e para-religiosa, voleva liberarsi delle persone “impure” intorno a sé e lo ha cominciato a fare come se vivesse in un racconto con Poirot investigatore.

Tutto questo non interessa, sembra. E così, quando in televisione al male viene sottratta la filiera delle cause, della
memoria, delle responsabilità collettive e delle soluzioni socio-politiche per creare un maggiore benessere capendo drammi e bisogni di ognuno, il male stesso diventa un cinico trastullo, un espediente per l’audience, una narrazione stereotipata che ci abitua a vivere cifre profondissime del nostro stare al mondo – come amore, talento, odio, terrore, follia, intimità, comunità – sempre dentro una testualità mediatica ripetitiva, canalizzata, quadrettata come un bersaglio, opaca quando non oscena.

Potremmo chiamarle shake news: notizie che, per l’appunto, non vengono del tutto sganciate dai fatti come le “bufale”, le fandonie, le esche virtuali, ma sono fatte vacillare, sono “scosse”, scolpite, assestate, resettate, minate alle fondamenta perché assolvano nel modo più celere possibile alle esigenze del mercato della comunicazione e non alla cattiva coscienza delle nostre democrazie in crisi.

Ci immergiamo, allora, in un mindscape, in un’area quantica, fra le proiezioni di un planetario. Soggiogati dal brain washing, sommersi dall’overflow di inutilità. E il caso citato prima è solo una punta dell’iceberg. Le tanto strombazzate fake news, invece, quelle usate come atto deliberato di falsificazione per creare un picco di Borsa,
abbattere un avversario politico, esaltare un prodotto scadente, mentire sulle proprie virtù, difendere un interesse corporativo, ingigantire in maniera insipida e indegna il seguito di un medium sulla Rete, sono solo una piccola parte di quel più vasto processo di post-truth, di post-verità che, non a caso, l’Oxford Dictionary l’anno scorso definiva come quello stato in cui “l’oggettività dei fatti influisce sull’opinione pubblica meno delle emozioni e del
convincimento personale”.

Quindi, più che un pur utilissimo e auspicabile de-bunking (da “bunk”, nonsense – ma non dimentichiamo che questa parola in inglese significa soprattutto culla, cuccetta, ancoraggio, e quindi qualcosa dove, pur stretti, ci si
accomoda), servirebbe un de-bunkering, da “bunker” che significa roccaforte, casamatta, fortilizio (metafora di un sistema di informazione-spettacolo le cui logiche e le cui densità sono difficilmente governabili o aggirabili dal singolo individuo che ne rimane fomentato), ma soprattutto dallo stesso termine preso in prestito dal linguaggio del golf dove significa, guarda caso, il fazzoletto sabbioso o ghiaioso o acquatico a fianco del prato con le buche che, se ci finisce la pallina, mette a durissima prova l’abilità del giocatore, in quanto essa si arena e non offre punto di leva alla
mazza, né può essere “droppata”.

Perfetta metafora di una “verità” oggi inguaiata dall’infinito flattering dei fatti e dal campaign management che ne può estrarre valori positivi o negativi, allarmistici o pacificatori, aggressivi o digressivi, senza un centro di puntamento che sia il meno vertenziale e il più aggregante possibile per tutti, e senza, soprattutto, mai cercarlo.
Dicevano di “Pomeriggio 5” i ricercatori dell’Osservatorio di Pavia nel loro Dossier 2014 sulla Tv del dolore: “Lo spettacolo è riempito di dettagli superflui ai fini della ricerca della verità sul fatto narrato, che non hanno una valenza di interesse pubblico e di pertinenza con l’indagine e la cronaca del fatto… La scenografia è essenziale, dunque gli inviati insieme a colleghi di diverse altre testate stazionano davanti alle case dei parenti delle vittime, degli indagati o dei sospettati, dei testimoni, di fronte alle procure, nel luogo del delitto, nel paese teatro dell’evento. Non c’è reale necessità di essere in quei luoghi, se non quella di fornire la coreografia ideale del collegamento, una messa in scena che simboleggia l’essere dentro la notizia, seguire gli eventi mentre accadono, esserci…” .

Il superfluo che forma, ecco l’epitaffio funereo di una tv  accalappiatrice e raccogliticcia, che ci regala tremori e suspense col solo fine di accasciare sempre più il nostro senso estetico e le nostre speranze di rivolta.

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