L’inquietante super-Spectre di “The store”

Opinioni

Nell’ultimo libro di James Patterson (con Richard DiLallo) va in scena un futuro da incubo

Quando siamo nella stanza di un hotel, ne usciamo e vi torniamo dopo qualche ora, ci piace trovare federe fresche di bucato, asciugamani pulite, accappatoio caldo, e magari qualche cadeaux di benvenuto sul cuscino. E se tutto questo succedesse anche nelle nostre abitazioni private?

Ci piacerebbe trovare esattamente la marca di marmellata o i sacchetti di corn-flakes preferiti, i vicini pronti ad aiutarci col trasloco, la piccola elettronica portatile che piace tanto ai nostri figli? Anche se tutto questo avvenisse semplicemente perché le nostre conversazioni sono state origliate da microfoni spia e mini-cam, i nostri desideri mappati con il vastissimo repertorio di un brand praticamente onnipotente che piazza a 360 gradi oggetti domestici e vettovaglie prelibate, le nostre coscienze blandite da un universo plastificato dove tutto è sereno, sorridente e senza controversie?

Beh, sicuramente sulle prime sì, ne saremmo glorificati, ma ci troveremmo nell’inquietante distopia ben illustrata da James Patterson (con Richard DiLallo) in The Store (Longanesi, pagg. 305, euro 16,40) dove, come recita l’occhiello di copertina “il nemico non è un killer” ma, per l’appunto, un’organizzazione tentacolare, una Spectre dei nuovi bisogni, mentalistica e mercatistica, che soggioga gli individui, le coppie, le famiglie con la forza della docilità, il sussiego dell’appagamento, la prevenzione di un tocco da re Mida trasformato in un touchscreen sempre discreto, chirurgico e inesorabile su tablet e laptop.

Una Super-Amazon potremmo dire, che materializza la sua società piramidale in una luxury-town chiamata New Burg dove anche l’operaio e il magazziniere più sfigato hanno la loro villetta con giardino a prezzo di una incessante videosorveglianza, di obbedienza assoluta, e di una severità che scatta oppressiva casomai le delizie dei cataloghi di merchandising non dovessero bastare nel tacitare i sussurri del pensiero, i fremiti della critica, i ritorni di privacy, gli spasmi di una democrazia sempre differita, o al massimo apparecchiata alla grande tavola imbandita di un benessere tele-controllato.

The Store vendeva qualsiasi cosa si potesse desiderare. E poi, stabilendo i prezzi di vendita, in sostanza era lui a dirci cosa comprare. Era su The Store che andavamo ad acquistare tostapane, trattori, detersivi, salsa di soia, jeans e lampadine. Qualsiasi cosa venisse prodotta, su The Store c’era. Querce in vaso, casse di vino, automobili… e di solito a un prezzo più conveniente rispetto ai negozi tradizionali”.

Potenziamento, estensione, moltiplicazione, canalizzazione: sono gli indici di valorizzazione motoria/monetaria, potremmo dire, di comunicazione, lavoro, socialità, apprendimento, relazioni, che questa nuova Società della Stanchezza e della Trasparenza – per dirla alla Byung-Chul Han – prospetta e propala.

Il Potere cessa con la sua dimensione patibolare, corporale, reclusiva (ma sa risfoderarla alla bisogna come si evince dal libro), e si apre alla performance, al godimento illimitato, alla disabitazione delle soglie. Una titanica biopolitica inietta bisogni, reperta energie nervose, satura l’attenzione, surriscalda le voglie, spalanca le vertigini del sogno e dell’onnipotenza, innesca e disinnesca paure e allarmi sociali, impone la redditività su tutto, una saggia e centralizzata imprenditorialità come ratio esclusiva, l’immediatezza come unico spirito comunitario che si intinge nella bonomia condominiale e in percorsi di convivenza già tracciati e senza dialettica interna.

E, dunque, non servono guerriglie e rappresaglie: basta calmierare i prodotti in vendita, stimolare all’obsolescenza programmata, suscitare interesse verso cose inutili; bastano leggi statali studiate a tavolino per scavalcare i competitor e favorire The Store; basta trasformare la vita in un gigantesco manuale di istruzione e in corporazioni semantiche indiscutibili, finanche nel posticcio galateo di una pseudo-solidarietà che censura ogni dissenso, e il gioco è fatto.

Il presente diventa un’ontologia di moniti e monitor, assolutamente invalicabile, un Panopticon orizzontale dove più ci si muove, si respira e si compra, più si coibenta la realtà. E’ così diverso tutto questo dalle narrazioni degradate che costellano oggigiorno la nostra quotidianità?

Il motto di New Burg è non a caso “tranquillità”, una via di mezzo fra stigma e spot, e gli stessi protagonisti del giallo politico – due scrittori in disarmo, marito e moglie, con due pargoli ben svegli – non possono far altro che imboscarsi nelle maglie rutilanti di questo Moloch postmoderno nel tentativo di smascherarne perfidia tirannica e griglie concettuali, e farne un best-seller da rivoluzione un po’ideologica, un po’ editoriale. Ci riusciranno? Senza scivolare nei saponosi labirinti del consenso prefabbricato?

La cittadella dove volteggiano droni come fringuelli e dove arriva la spesa in dispensa mentre i proprietari di casa lavorano alacremente fra gru e scaffali, sembra alludere alla Sea Haven di Truman Show, alla Oceania dell’orwelliano 1984, alla Wayward Pines dell’ultimo serial tv con Matt Dillon, a certi ultra-spazi stupendamente delineati in alcuni episodi di Black Mirror, ma questi mondi sono murati, elettrificati, filospinati, magari sottoposti a uno stato di Polizia, comunque perimetrati. Tutti ricordiamo la scena finale in cui Truman con il suo ulisseo bastimento si conficca nello skyline di cartongesso in cui aveva creduto sin dalla nascita.

Da New Burg, invece, si esce, seppur inseguiti da dispositivi aerei e telemetrie incrociate, e forse proprio questo può in parte giustificare il climax buonista che (senza spoilerare troppo) caratterizza il finale dell’opera di Patterson che tutto è, va detto, tranne che un thriller come ce lo aspetteremmo. Perché scena e messinscena, in fin dei conti, in un’anti-Polis del genere, sono commutabili, la violenza è introiettata, e non servono mitra spianati e pillole di veleno: basta passare alla cassa, tacere, vivere senza eccessi intellettuali e si ottiene una filamentosa contentezza. Al massimo si può sperare in una mini-riforma del condizionamento di massa che non lo sovverte, ma lascia nel cuore la scia di un riscatto possibile, seppur lontanissimo e balbettante.

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