Ma discutere non ci fa male

Opinioni

Mi stupisce che il solo chiedere di fare una discussione tra di noi su come andare alle prossime elezioni possa suscitare irritazione ed essere fraintesa come un atto di delegittimazione della leadership

Il secondo turno delle elezioni amministrative ha prodotto la necessità di una riflessione non frettolosa e non fine a sé stessa. Il risultato negativo dei ballottaggi in molte città – solo in parte compensato da importanti vittorie sia al primo che al secondo turno – richiede un’analisi dei dati e un’assunzione di responsabilità dei gruppi dirigenti a tutti i livelli. Sulle diverse situazioni hanno pesato in varia misura – come sempre – fattori locali e clima nazionale. Infantile cercare capri espiatori (come pure sento con preoccupazione che in qualche Regione si sta facendo), sbagliato “brandire” i numeri come clave per colpire questo o quello dentro il nostro stesso partito. Sarebbe tuttavia sbagliato anche archiviare il risultato senza provare a trarne qualche indicazione utile per il futuro. Mi stupisce che il solo chiedere di fare una discussione tra di noi su come andare alle prossime elezioni – con quale proposta programmatica e con quale fisionomia in termini di alleanze sociali e politiche – possa suscitare irritazione ed essere fraintesa come un atto di delegittimazione della leadership. Scriviamolo a carattere cubitali: il congresso è stato vinto democraticamente e con grande margine da Matteo Renzi, segno evidente di un consenso ampio tra gli iscritti e gli elettori del Pd. Come tanti altri, ho espresso un voto convinto per lui anche perché lo stesso Renzi – in termini autocritici rispetto al passato – aveva indicato la necessità di una maggiore apertura, collegialità, inclusività.

Veniamo al merito, al punto politico che – credo giustamente – è stato posto. C’è un’area riformista più ampia del Pd? Ha senso cercare di unirla su un progetto per l’Italia che parli ai giovani, al mondo dei lavori, alle aree sociali meno protette?
Mettiamola così: in quel 41% di sì al referendum costituzionali non c’era forse uno spettro di posizioni che andava da Pisapia ad Alfano? E nei risultati deludenti di queste amministrative non si esprime il disorientamento di un elettorato progressista che si è allontanato e magari ha scelto l’astensione? E la fatica di convincere i giovani della bontà delle nostre proposte non sta diventando forse un dato troppo costante nelle diverse consultazioni elettorali? Non si tratta di anteporre le formule ai contenuti piuttosto di cogliere una sfida nuova: oggi il Pd può accontentarsi di ciò che raccoglie da solo oppure provare a diventare il polo di attrazione di tutti coloro che non vogliono fermare la stagione delle riforme – faticosa ma anche molto intensa – che si è avviata tra tante contraddizioni in questa legislatura. Una stagione di riforme che sta dando alcuni risultati e che vorremmo possa proseguire dopo il prossimo voto con la necessaria legittimazione da parte degli elettori. A mio avviso questo obiettivo si può raggiungere se il Pd lancia un messaggio di dialogo e di disponibilità al confronto verso tutti coloro che pensano che l’Italia possa diventare un paese con meno diseguaglianze e più opportunità di sviluppo. Il come – il percorso, la forma, i soggetti – viene dopo. Abbiamo qualche mese per costruirli. Ma i diversi “laboratori locali” hanno già detto che si può vincere laddove non si sono prodotte divisioni insanabili, laddove non si ha la pretesa di essere autosufficienti, laddove si apre ad esperienze civiche, laddove non ci si limita a guardare alla nostra sinistra e si intercetta anche una parte del voto moderato. Discutere di questo a me sembra salutare e utile per un partito che non voglia condannare il Paese a finire nelle mani di una destra a trazione leghista o di Grillo.

Questo fine settimana sarà denso di appuntamenti politici importanti. Il Pd riunirà i suoi circoli a Milano, in un evento che vuole mettere a confronto in modo aperto esponenti della politica e della società civile su temi cruciali per la vita delle persone, delle aziende, delle famiglie, delle comunità locali. A Roma sabato Pisapia ha chiamato a raccolta pezzi diversi dell’arcipelago progressista. Ci saranno alcuni che hanno come obiettivo dichiarato la distruzione del Pd, che in maniera insulsa pongono come pregiudiziale l’uscita di scena di Renzi. Ma ci saranno tanti altri (credo e spero la maggioranza) che invece intendono lavorare per verificare le condizioni di una collaborazione positiva con il Pd per il futuro. Personalmente mi auguro che in entrambi i luoghi emergano idee e progetti utili per cambiare il nostro Paese, per coinvolgere e mobilitare energie nuove, per unire i progressisti, i democratici, i riformisti sulle soluzioni da dare ai problemi degli italiani.
E mi auguro che questi appuntamenti ci aiutino ad arrivare alla prossima Direzione nazionale del nostro partito con lo spirito giusto, quello di chi sa discutere senza drammatizzare le differenze, ascoltando le opinioni di tutti, cercando le sintesi più unitarie e più utili al Paese.

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