Ma il tedesco non contraddice la vocazione maggioritaria

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L’ambizione originaria del Pd – quella di unire tutti i riformisti su un progetto di governo del Paese – dipende molto di più da noi

Dunque ci siamo, la prossima settimana la legge elettorale arriverà in Aula sulla base di un largo accordo tra le principali forze che siedono in Parlamento.

Come è stato evidente nella nostra ultima Direzione nazionale, il testo depositato ieri dal relatore Fiano non è la proposta originaria del Pd. Ma in politica, soprattutto quando si tratta delle regole, la convergenza tra maggioranza e opposizione ha un valore non banale ed è un punto di sostanza. Proprio per questo abbiamo preso atto della mancanza di un consenso sufficiente attorno alla nostra ipotesi e verificato invece la possibilità di approdare ad un sistema elettorale simile a quello tedesco.

Il professor Ceccanti offre una guida chiara ed efficace. Non tutti nel Pd sono convinti della bontà di questo testo, anche se credo (e spero) che nessuno nei gruppi parlamentari voglia mettere in discussione il voto vincolante espresso dalla Direzione. Pur comprendendole, alcune obiezioni mi sembrano decisamente infondate: ne cito due in particolare.

La prima riguarda l’identità del Pd, la nostra vocazione maggioritaria che con la legge in discussione verrebbe meno. Voglio sommessamente ricordare che l’unica legge di impianto prevalentemente maggioritario che abbiamo sperimentato – il Mattarellum – non ha prodotto magicamente un sistema politico bipolare, nel campo del centrosinistra non ha favorito l’aggregazione dei progressisti, non ha garantito di per sé governabilità e stabilità. Voglio poi ricordare, sempre sommessamente, che successivamente la legge Calderoli fu usata dal centrosinistra (e dal centrodestra) in due modi diametralmente opposti. Nelle elezioni del 2006 si diede vita a coalizioni molto ampie (ed eterogenee) con l’obiettivo di prendere quel “voto in più” che consentiva di raggiungere la maggioranza parlamentare. Il centrosinistra vinse – di poco – con l’Unione ma non riuscì a restare unito per governare ed arrivammo alla caduta del secondo Governo Prodi. Nel 2008, noi, che nel frattempo partendo dall’Ulivo avevamo fatto nascere il Pd, scegliemmo di “andare da soli” (per la verità con l’Idv di Di Pietro) e, in analogia, anche Berlusconi decise di “fondare” una sorta di partito unico del centro-destra che oggi appare un lontanissimo ricordo. Perché richiamo questi precedenti? Perché sono la migliore testimonianza del fatto che nessuna legge elettorale – da sola – può plasmare il sistema politico in senso bipolare. Di conseguenza, l’ambizione originaria del Pd – quella di unire tutti i riformisti su un progetto di governo del Paese – dipende molto di più da noi, dalle scelte soggettive che ci apprestiamo a fare. Puntare ad un dialogo con quanti, pur fuori dal Pd, possono condividere una piattaforma politica e programmatica di cambiamento non discende dunque in modo meccanico dalla legge elettorale.

Questo è tanto più vero – e questa è la seconda obiezione che vorrei provare a confutare – di fronte al fatto che il M5s (al pari di altre forze populiste in Europa) viene accreditato da tutti i sondaggi come un competitore insidioso con qualunque sistema elettorale. In altre parole in questo momento sono gli elettori italiani a consegnarci uno scenario tripolare, e una dialettica politica in cui alla tradizionale contrapposizione conservatori/progressisti se ne sovrappone un’altra che ha a che fare sia con l’Europa (europeisti/sovranisti) sia con la concezione delle istituzioni politiche (populismo vs democrazia rappresentativa).

In questo contesto non c’è nessuna legge che possa in linea di principio garantire che chi vince le prossime elezioni possa fare a meno di alleanze. Così come non c’è nessun sistema che possa impedire a qualche partito di organizzarsi per provare a vincere… Il profilo politico di ciascuna forza diventa più importante. Gli elettori voteranno un partito, un programma, dei candidati riconoscibili e chi avrà più consenso avrà l’onore e l’onere di misurarsi con il governo del Paese, costruendo le alleanze possibili e necessarie. Il Pd ha buone carte da giocare se saprà restare unito e fare bene i prossimi passaggi, in un rapporto stretto con i territori, con le comunità locali, con le competenze, con chi si muove nel sociale.

E veniamo all’ultima considerazione che mi sento di fare. Con l’approvazione della legge elettorale finisce la legislatura? Non è interesse di nessuno trascinare il paese in una campagna elettorale infinita e dunque anche l’eventualità di un voto in autunno non sarebbe una tragedia. È possibile anche rovesciare l’argomento: se ci sono le condizioni per fare al meglio scelte utili al Paese anche la conclusione naturale della legislatura non sarebbe una tragedia. Insomma, pensiamo a ciò che è meglio per l’Italia, sosteniamo il governo Gentiloni con lealtà e affidiamoci alla saggezza del Presidente della Repubblica, facendo con senso di responsabilità il nostro lavoro.

In ogni caso le elezioni sono vicine e avere un Pd pronto per affrontarle è indispensabile. Ora c’è una nuova segreteria, a loro un grande buon lavoro e tutta la disponibilità a dare una mano, se vorranno.


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