Non è tempo di guerre civili

Opinioni

Non si tratta di essere un po’ più permissivi o autoritari, di far prevalere le ragioni dei “nativi” oppure quelle degli immigrati. Siamo al cospetto di mutamenti profondi, occorre piuttosto ricercare una via italiana all’integrazione

Ancora rifletto su ciò che ha dichiarato al Tg1 Benedetto Della Vedova dopo ciò che è accaduto a Macerata: rischiamo una guerra civile strisciante.

L’impressione è che molti, specie fra le destre, non colgano la portata e le implicazioni di certi fatti di cronaca e di certe scelte politiche. Non si tratta di essere un po’ più permissivi o autoritari, di far prevalere le ragioni dei “nativi” oppure quelle degli immigrati. Siamo al cospetto di mutamenti profondi, occorre piuttosto ricercare una via italiana all’integrazione. Non è tempo di strumentalizzazioni elettorali, vanno governati fenomeni complessi.

Già ora anche in Italia vi è una pluralità di comunità etniche, culturali e religiose (si guardi a mo’ di esempio alla vicenda del dottor Andi Nganso, trentenne, originario del Camerun, della Guardia medica di Cantù, nel comasco, membro della chiesa battista di Varese, dal quale una donna ha rifiutato di farsi visitare).

Si può discutere, è ovvio, delle strade da percorrere per un’integrazione efficace; di come coniugare rispetto della Costituzione e della legge e riconoscimento della differenza. Sarebbe importante, anzi, vivere la comunità di appartenenza come un’occasione per saldare passato e futuro, non come una trappola. Si può dibattere, e sarebbe salutare farlo, sul ruolo e sulla centralità del singolo uomo e della singola donna e sul suo rapporto con la voce (meglio: con le voci) della comunità.

Somiglieremmo al celebre elefante nel negozio di cristalli se, invece, continuassimo a far prevalere la dicotomia “italiano”-“straniero”, “noi”-“loro”, se non provassimo a estendere la “geografia del noi”, se considerassimo la presenza degli “altri” come un’anomalia, una ferita da sanare. Detto altrimenti: non si può ragionevolmente far politica relegando la questione a un problema di ordine pubblico.

Sarebbe un po’ come pretendere di creare posti di lavoro distruggendo computer e robot, comportandosi da novelli luddisti. Credere poi di fare i furbi soffiando sul fuoco della paura contribuirebbe a trasformare i timori di Della Vedova (e di tanti altri) in tragica realtà. Ecco: a proposito di fuoco, ho l’impressione che si stia proprio giocando con esso. Un po’ per ignoranza, un po’ per spavalderia.

E mi viene in mente, quasi per assonanza, ciò che diceva Pietro Nenni: socialismo o barbarie. Ora la scelta è fra integrazione o barbarie. In ogni caso si tratta di un fatto di civiltà.

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