Macron e noi. Il Pd nella nuova frattura fra sovranisti e europeisti

Opinioni

La divisione non è più fra destra e sinistra, Valls lo fa capire chiaramente

“I vecchi partiti stanno morendo o sono morti. Il partito socialista è morto. Non i suoi valori e la sua storia: ma ormai è il passato”: non poteva essere più netto Manuel Valls, ex primo ministro di Hollande, nell’annunciare la sua ricandidatura all’Assemblea nazionale sotto le insegne di La République en marche, il movimento macronista che aspira il mese prossimo a conquistare in Francia una “majorité presidentielle”.

Valls ha ragione. La lezione che esce dalle elezioni francesi – ma anche da quelle greche, spagnole, austriache e olandesi, nonché dal referendum britannico – è talmente semplice, evidente e macroscopica da rendere quasi ovvia la conclusione che tutti dovremmo trarre: la divisione tradizionale (novecentesca) fra destra e sinistra è oggi rimpiazzata da un’altra linea di frattura, che taglia trasversalmente gli schieramenti consolidati, costringendoli alla rottura o all’implosione, e che contrappone i “sovranisti” agli “europeisti”: da una parte è in campo la ricostruzione protezionistica degli Stati-nazione, dall’altra c’è la difesa e l’ampliamento dell’integrazione europea e mondiale.

Le nuove forze sovraniste possono avere tratti ideologici di “sinistra”, come per esempio Syriza in Grecia (l’unica finora a vincere le elezioni) o Podemos in Spagna, oppure di “destra”, come il Front National in Francia o il Partito per la libertà nei Paesi Bassi; simmetricamente, le forze europeiste possono assumere tratti “progressisti” (il presidente austriaco Van der Bellen, candidato dai Verdi, o lo stesso Macron) o “conservatori” (i Popolari spagnoli, i Liberali olandesi, Nuova democrazia in Grecia).

Il ciclo elettorale europeo dell’ultimo biennio è impressionante soprattutto se si guarda al lato progressista dello spettro politico.

I partiti socialisti sono stati letteralmente spazzati via quasi ovunque, ad eccezione della Germania: il Pasok è al 6,8% (nel 2009 aveva il 43,9%), i Laburisti olandesi sono al 5,7% (nel 2006 avevano il 21,2%), il Psoe conserva il 22,6% (nel 2008 aveva però il 43,9%) ma si è spaccato sull’appoggio a Rajoy e il suo futuro è incerto; alle presidenziali austriache il candidato socialdemocratico ha ottenuto l’11,3% (nel 2008 la Spö aveva il 29,3%, due anni prima il 35,3%), a quelle francesi Hamon si è fermato al 6,3% (nel 2012 il Ps aveva il 29,4%).

Sul fronte opposto, le destre sono andate meglio e i partiti tradizionali sopravvivono un po’ ovunque (con l’eccezione però della Francia e dell’Austria) e qualche volta vincono, ma soltanto quando abbracciano con forza una delle opzioni in campo: o facendosi paladini dell’europeismo (così in Grecia, Olanda e Spagna) o, al contrario, assumendo la posizione sovranista, come è accaduto con i Tories dopo la Brexit (sebbene parlare di “sovranismo” nel caso inglese non sia del tutto corretto).

Che la destra liberale sia più europeista della sinistra, tornata quasi ovunque allo statalismo che tradizionalmente la contraddistingue, non deve stupire: l’apertura, il libero scambio, la libera circolazione delle merci, delle persone e delle idee sono principi indiscutibilmente liberali.

Il dato su cui riflettere, semmai, è il fallimento delle promesse neo-stataliste che prolificano a sinistra dopo l’archiviazione della Terza via, e che non riescono ad intercettare né il disagio dei ceti più deboli emarginati dalla mondializzazione, né la richiesta di protezione che ne deriva: alla vecchia sinistra gli elettori europei preferiscono sistematicamente i nuovi “sovranisti”.

La lezione per l’Italia è semplice.

Il campo sovranista è saldamente presidiato dal Movimento 5 stelle e, in misura minore, dalla Lega e da Fratelli d’Italia. E’ il “partito della paura”, secondo un’espressione di Matteo Renzi, contrapposto al “partito della speranza”.

Di fronte alle novità, cioè a ciò che non si conosce perché non è mai stato visto prima, c’è sempre chi ha paura: è normale, è umano. Il tratto populista delle forze sovraniste sta precisamente in questo: nell’accogliere un sentimento popolare diffuso fino a farne un tratto identitario, nel condividere la superficie di un problema rinunciando ad individuarne le cause, e infine nel proporre una soluzione immaginifica capace, proprio perché attinge all’immaginario, di sedare momentaneamente la paura.

In altre parole, il sovranismo – ovvero il populismo – è uno strumento di distrazione di massa (di distrazione delle masse) perché offre una soluzione semplice – e “popolare” – ad un problema complesso.

Tutti sappiamo benissimo che senza Unione europea e senza euro il nostro Paese è semplicemente perduto: e tuttavia il dibattito pubblico considera oggi plausibile un’ipotesi che fino a poco tempo fa veniva (giustamente) relegata fra le bizzarrie da Bar Sport.

Lo spirito antiscientifico che attraversa l’Occidente impaurito non mette in discussione soltanto i vaccini: consente anche ad una posizione politica legittima ma infondata e irrealizzabile di avere pari dignità con le altre.

Non è dunque un caso se Macron, nel suo straordinario discorso della vittoria, abbia citato l’Illuminismo, il cui spirito “a volte minacciato” va difeso “ovunque”.

L’autonomia e l’indipendenza della ragione – “valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro”, secondo la formidabile definizione di Kant – sono la più grande conquista del pensiero europeo: l’intera modernità muove da questa premessa.

Ma non meno europeo è l’irrazionalismo, che in infinite varianti ha attraversato e contrastato il Moderno, quasi sempre con esiti teorici o pratici totalitari, e che oggi si riaffaccia prepotente sotto le insegne sovraniste.

Il Pd di Matteo Renzi non può che essere il polo di attrazione illuminista, europeista, liberale del sistema politico italiano, senza infingimenti e senza tentennamenti, ma al contrario con l’orgoglio, la serenità e la forza di chi rispetta le opinioni di tutti ma è fermamente convinto di avere ragione – di stare dalla parte della ragione.

Dentro la scelta europeista tutto è possibile – e anche necessario, a cominciare dall’apertura del cantiere degli Stati Uniti d’Europa –, ma i confini della scelta debbono essere saldi e irrevocabili: il mondo integrato in un sistema di regole condivise produce benessere, progresso e pace; il mondo chiuso negli Stati-nazione produce guerre, miseria e ignoranza.

Il Pd di Matteo Renzi dovrà impostare la prossima campagna elettorale su questa grande piattaforma ideale, culturale, politica, articolando un programma di riforme capaci non di proteggere l’Italia dal resto del mondo, ma di renderla competitiva nel nuovo ordine che andrà costruito.

La sfida è immensa e non per caso ricorda quella divampata giusto un secolo fa fra democrazie liberali (mondialiste) e totalitarismi (sovranisti): proprio per questo occorre averne chiari i termini, la posta in gioco, gli esiti possibili.

Se questo è il contesto generale in cui ci troviamo, la discussione sulla legge elettorale, sulle coalizioni e sulle alleanze perde vistosamente di significato.

E’ vero: la sconfitta referendaria ha imballato il Paese e difficilmente si uscirà dalla palude proporzionalista; abbiamo istituzioni decrepite, inefficienti e perfettamente funzionali al solo obiettivo di non fare nulla; i media sono diventati il più vivace focolaio dell’infezione irrazionalista.

E tuttavia non per questo è morta la politica.

Il Pd di Matteo Renzi – riformatore, liberale, europeista – può conquistare il primato dei consensi alle prossime elezioni se saprà dar voce e corpo e fiducia a quella parte del Paese – di sinistra, di destra, di centro: che importanza ha? – che crede nel lavoro e nel merito, nel progresso scientifico e tecnologico, nell’inviolabilità dei diritti individuali, nella bontà del sistema democratico, nelle virtù del capitalismo, nell’inesauribile forza propulsiva dell’apertura, dell’interscambio, del meticciato.

Se, com’è probabile, i voti raccolti dal Pd non basteranno a formare una maggioranza, su questo programma – riformatore, liberale, europeista – Matteo Renzi potrà cercare in Parlamento i consensi – di sinistra, di destra, di centro: che importanza ha? – necessari a formare il nuovo governo.

Se così non sarà, al governo andranno i sovranisti: così funzionano le democrazie.

L’essenziale è sapere quale battaglia si combatte, e su quale fronte.


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