Macron: un nuovo spazio politico (a sinistra?)

Opinioni

Macron è un traditore della sinistra? Il boia del PS? O è invece una nuova forza propulsiva, sinonimo di cambiamento e speranza?

Se a determinare lo stato della sinistra in Francia fosse soltanto la salute del suo principale partito, il Partito Socialista, si potrebbe dire che non è affatto buono. Benoît Hamon, il candidato alla successione di François Hollande, uscito vincitore da delle primarie che hanno registrato una partecipazione al di sotto delle attese,  continua a perdere punti nei sondaggi e registra ormai soltanto il 12,5 per cento delle intenzioni di voto. Hamon è stato ormai raggiunto e rischia di essere superato dal candidato Jean-Luc Mélenchon, leader dell’altra formazione di sinistra la France insoumise e portatore di proposte massimaliste quali uscire dall’Unione europea per lanciarsi in “una rivoluzione dei cittadini contro la tirannia dell’oligarchia finanziaria”.

Così, lo storico partito di François Mitterrand, nato nel 1905 su impulso di Jean Jaurés, ribattezzato e ricostituito nel 1969 proprio con l’obiettivo di unire la sinistra in un grande partito di governo, rischierebbe oggi di essere condannato a una temporanea irrilevanza e, forse, anche a una definitiva sparizione.  A nulla sono serviti, infatti, gli sforzi di Hamon per trovare un accordo con Mélenchon, che ha voluto, semmai, proporre se stesso come unico candidato unitario possibile della sinistra.

Eppur si muove… Il tragico epilogo della sinistra d’Oltralpe forse non è segnato. Emmanuel Macron è, infatti, la grande variabile delle elezioni presidenziali 2017. Colpito, ma per ora non ancora affondato dal Penelope-gate, il candidato della destra François Fillon cala nei sondaggi. Non cede terreno i socialisti, ma all’ex Ministro dell’Economia, dimessosi a fine agosto scorso per dedicarsi interamente al suo progetto politico, incarnato dal movimento En Marche!, il cui acronimo corrisponde curiosamente, ma di certo non per caso, alle iniziali del suo leader. Stando agli ultimi sondaggi, Macron avrebbe ormai staccato Fillon nelle preferenze degli elettori francesi. Le chances di vederlo al secondo turno contro Marine Le Pen non sono più per niente remote. E quello che conta di più, al secondo turno sarebbe in grado di batterla con quasi venticinque punti di stacco.

Ma basta essere il migliore argine contro la destra conservatrice (Fillon) e contro la destra populista (Le Pen) per ergersi come il cavallo trionfante della sinistra? Non c’è domanda più dibattuta di questa. Per l’estrema sinistra, la sinistra della sinistra e la sinistra del PS, Emmanuel Macron è chiaramente di destra. Per l’estrema destra e la destra è invece indiscutibilmente di sinistra. Per i centristi François Bayrou e Jean-Christophe Lagarde è semplicemente un candidato ingombrante, con il quale è necessario stringere un’alleanza secondo il primo, da combattere invece strenuamente nella prospettiva del secondo. Per i suoi sostenitori, infine, Macron sarà sicuramente il prossimo Capo di Stato francese, il più giovane Presidente della Repubblica di sempre, anche di Luigi Napoleone Bonaparte che assunse l’incarico a quarant’anni.

Ecco che la questione dello stato della sinistra diventa profondamente identitaria. Non certo a causa della personalità di Macron che di sé stesso diffonde semmai un senso, una percezione e un’immagine fin troppo solidi e sicuri. È la sinistra a soffrire di una crisi d’identità. Una crisi che la travolge ormai da anni, ben oltre il perimetro dell’Esagono, ma che proprio in Francia ha impedito e continua a impedirle di riconoscersi nell’ex-banchiere ed ex-ispettore delle finanze Macron.

In questo senso, va detto che il giovane candidato di En Marche! non ha contribuito a fare chiarezza e non è esente da responsabilità. Fiutando la crisi e la debolezza del PS, non ha infatti resistito alle sirene del nuovismo, tendenza tanto magnetica per parte dell’elettorato quanto repellente e irrispettosa nei confronti di chi ha all’attivo una lunga tradizione di militanza o di dirigenza negli storici partiti della sinistra. E se Macron non si presenta come candidato anti-sistema, qualifica di cui è indiscutibilmente titolare la candidata del Front National, è pur vero che rifiuta di definirsi socialista e irrompe come candidato post-sistema, reo di stravolgere tutta la geografia politica d’Oltralpe.

È quindi Macron un traditore della sinistra? Il boia del PS? O è invece una nuova forza propulsiva, sinonimo di cambiamento e speranza? È forse un infiltrato di quell’oligarchia finanziaria che sfrutta la debolezza del PS per fare a pezzi le virtù dello stato sociale francese? O è invece il rappresentante di una sinistra di governo, compiutamente post-ideologica e che guarda al centro, baluardo della democrazia liberale, difensore dei valori della Repubblica francese e, aspetto non trascurabile, dell’Unione europea sempre più insidiati dai populismi di destra e di sinistra?

A queste domande ha voluto rispondere direttamente lo stesso Macron quando, facendo riferimento alle misure contenute nel suo programma, si è definito “il candidato delle classi medie e popolari”. Riforma del sistema previdenziale per ridurre le disparità tra il settore pubblico e quello privato, discriminazioni positive in favore di chi proviene da aree e territori svantaggiati, investimenti nell’istruzione e nell’industria 4.0, ecologia, laicità, rinnovamento della classe politica e poi ancora un ambizioso rilancio dell’Unione europea e una strenua difesa dell’ordine internazionale. Questi i titoli del programma con cui il candidato dice di volere “liberare la Francia e proteggere i francesi”.

Pur essendo atteso da settimane, non ha trovato l’eco mediatica sperata in giorni in cui l’attenzione è stata interamente concentrata sugli ultimi accattivanti episodi del Penelope-Gate. Non vi è dubbio, tuttavia, che si tratti di un programma dai contenuti ambiziosi che non placherà, bensì alimenterà il dibattito tra chi lo giudica degno di essere definito “di sinistra” e chi invece ne denuncerà un’essenza troppo liberista con l’irremovibile convinzione che tale dottrina sia antitetica ai valori della sinistra contemporanea. Trovare una risposta a queste domande è, in fondo, il difficile compito dei politologi, che non mancano di indagare sui criteri attorno ai quali sviluppare la diade destra/sinistra. Lo hanno fatto Norberto Bobbio nel libro “Destra e sinistra Ragioni e significati di una distinzione politica” (Donzelli), o in tempi più recenti Marco Revelli con “Sinistra Destra. L’identità smarrita” (Laterza) e Franco Cassano con “Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento” (Laterza).

Tuttavia, a dare la vera risposta inappellabile saranno gli elettori tra sei settimane. I pronostici sono un esercizio ancora più difficile. Negli anni Novanta, gli ex politici socialisti Michel Rocard e Dominque Strauss-Kahn, e più recentemente lo stesso presidente François Hollande, sono stati messi alla gogna per avere provato a introdurre delle timide riforme di mercato in un paese che sembra profondamente affezionato non solo, come sarebbe giusto, al suo sistema di protezione sociale, ma anche alle relative disfunzioni. D’altro lato, oltre ad essere stato abile a sfruttare a suo vantaggio le debolezze del PS, Macron gode, finché durerà e se durerà, delle difficoltà di Fillon e dell’ostinazione con cui les Républicains continuano, tutto sommato, a difenderne la candidatura.

L’unica certezza è che al secondo turno, se a sfidare Marine Le Pen fosse davvero Emmanuel Macron, sarà davvero necessario unire le forze dell’arco di sinistra. L’alternativa, improbabile, ma pur sempre minacciosa, è che i consensi per il candidato post-sistema ed europeista che propone le riforme, finiscano per soccombere a quelli per la candidata anti-sistema e sovranista che promette le rivoluzioni. In questo caso, a trarne un certo tipo di giovamento sarebbe soltanto il lavoro dei politologi e degli storici, che forse si troverebbero a scrivere che mentre rifiutava di costruirsi una nuova identità adeguata alle sfide del suo tempo, la sinistra si condannava al suicidio.

 


Articolo tratto da MondoDem – Laboratorio di Politica Internazionale

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