Mamme e papà vs uomini e donne?

Opinioni

Tre riflessioni sulla relazione di Matteo Renzi all’Assemblea nazionale del Pd

L’assemblea di Domenica e la relazione del segretario mi hanno stimolato tre riflessioni.

La prima. Ho sentito un brusio alla parola “mamma”, brusio di vario genere: da un lato proveniente dagli uomini, che avrebbero preferito sentir parlare di “genitorialità”, dall’altro da molte amiche, che avrebbero preferito la parola “donna”. Io direi che una palla è stata lanciata e, devo dire, raccolta. Ce n’era bisogno. Perché ieri sul bus sentivo parlare di questo, in ufficio anche e sui social anche. E ne sentivo parlare tra uomini e donne. Scusate se è poco, perché vengo da lustri di dibattito e di lotta solo femminile, sarebbe l’ora che gli uomini si appropriassero di una battaglia dei diritti come quella per le pari opportunità di genere.
Da non mamma e da donna che da molti anni milita nelle lotte e nelle riflessioni per le donne, nelle battaglie femministe, questa “doppia” reazione mi ha sta suscitando un supplemento di elaborazione, a me come a tanti e tante, il che non è mai male.

A me, con le parole che c’erano intorno, lavoro, tutele, equal pay, parità, diritti, asili, scuola, istruzione, educazione, cultura, quella parola convince, c’è tutto quello per cui lotto. Ripeto, io non sono mamma, sono una di quelle tante donne che non è vero che ha avuto la libertà di esserlo, mamma, e l’ha rifiutata. Per anni ho dovuto scegliere tra due alternative legittime, l’essere madre e il non esserlo, ma non liberamente, avrei dovuto rinunciare a molto. E non per egoismo. E poi, solo quando ho trovato una stabilità, quella “non scelta” è diventata  scelta.  Ecco, io vorrei che quella scelta fosse libera. Abbiamo bisogno dunque di un approfondito e aggiornato confronto sul significato della maternità in Italia sia di tipo culturale, che sociale che politico. Se gli uomini vogliono farlo con noi sarebbero i benvenuti, perché in tanti confronti sulle declinazioni dei diritti di genere semplicemente non ci sono, a parte le eccezioni.

Ad alcune di noi fa paura sdoganare la parola “mamma” dall’alveo nazionalpopolare e tradizionale per metterla nell’alveo di un welfare vero dei diritti? Forse sì, è un archetipo e stereotipo molto italico, ma che negli anni è diventata una gabbia di etichette non un segnale di libertà. Le donne devono essere libere di essere madri. O di non esserlo, per libertà, per scelta, non per condizioni esterne o casualità. Tutte.
In Italia le donne non sono libere di essere mamme:

– o è un abito ( “sei donna se sei madre”, io direi sei madre se sei donna e, se non lo sei, sei donna uguale, però se lo hai scelto)

– o è un limite ( perché se non hai mezzi non hai sufficienti tutele, né per te, mamma, né per chi nasce, se i mezzi li hai ti limita nel lavoro, c’è un utile studio dell’Istat che fornisce i numeri delle discriminazioni relative al rapporto maternità lavoro), e se non vuoi figli non hai adeguate informazioni per evitarli, e anche l’informazione sulla prevenzione e sull’aborto è un diritto offeso, di fatto l’aborto non è nè prevenuto, attraverso formazione e informazione medico-sanitaria, nè assicurato, ha troppi limiti)

– oppure, il non aver figli è una resa ( “troppo dura, rinuncio alla maternità” e non c’entra l’egoismo, c’entra un sistema paese messo di traverso contro la maternità: niente asili, niente sostegni alle mamme anche di facilitazioni per trovare un lavoro o tenerlo o tornarci al lavoro, o niente sostegno per crescerlo un figlio ed educarlo, penso non solo alle coppie, ma ai papà e alle donne separate e ai loro figli spesso sballottati tra nonni e we ballerini, va bene per chi ha mezzi, male per chi non ne ha).

Serve un supplemento di confronto collettivo dunque, utile e prevedo duro. Alcuni ci metteranno dentro l’”adinolfismo”, altri le riflessioni sulla società tutto sommato patriarcale, altri ancora, come me, l’istruzione e i diritti: l’educazione sessuale, la contraccezione, l’equal pay, i diritti delle donne alla maternità e all’adozione, anche delle single, le scuole dell’infanzia, il tempo pieno, assente al sud là dove maggiormente è presente la disoccupazione femminile e gli scarsi livelli di rendimento e la dispersione scolastica, ecco perché dico che aiutare una mamma significa aiutare il villaggio intero e nessuno deve sentirsi assolto. E chi più ne ha più ne metta.

Io dico grazie al segretario per aver tirato per primo il pallone al centro campo dall’angolo in cui si era cacciato.  Questa discussione, aggiornandola nelle declinazioni e nelle angolazioni, con tanti nodi da sciogliere, va fatta, non solo in ambito politico ma anche in ambito culturale e sociale e va fatta da tutti e tutte. I diritti delle donne sono di tutti. I diritti delle donne guardano lontano, avanti, non indietro. I diritti delle donne sono la vera rivoluzione di questo millennio.

Questo oggi deve diventare la parola mamma, possiamo usarla, senza timore, non possiamo regalarla alle destre, e ci riusciamo se la attacchiamo a tutto il resto, tutto il resto, in una trattazione moderna di welfare e cultura aggiornata sui diritti, senza temere di ricostruire un ritratto di donna degli anni 50, come ha erroneamente scritto qualcuno. Sennò noi donne continueremo a non farli i figli.

La seconda. I 20 giovanissimi inseriti nella Direzione Nazionale del PD. Anche su questo ho letto e sentito tante discussioni. Anche su questo serve un supplemento di riflessione. Io credo in una soggettività dei diritti e dei problemi, ma non credo nelle etichette e nelle figurine. Non ho mai amato le giovanili e i recinti a parte. Dunque ben venga che tutte le età entrino a pieno diritto nella scena politica a discutere dei diritti, loro e altrui, e se c’è qualcuno che può parlare di diritti, oltre a chi li studia, è proprio chi non li ha. I giovani oggi non ne hanno troppi. Voglio sentire la loro voce nel politico, non solo nelle piazze e nelle associazioni. Da docente da anni li ascolto fare politica perché la fanno da sempre, nelle loro rivendicazioni, nei movimenti, nei cortei, nelle assemblee, ma io credo che fare politica significa sedersi tutti intorno a un tavolo per ascoltarsi e risolvere problemi non con un punto di vista da opporre a un altro in verticale,  ma con una mediazione di punti di vista, in orizzontale, la politica è in centro campo, non fuori o in alto. Punti di vista tutti espressi e tutti presi in considerazione. Dunque l’ingresso di queste ragazze e questi ragazzi, tutti con competenze politiche tra l’altro, non semplici portatori sani di anagrafe giovane, non è tanto la scoperta dei giovani, ma la pratica del confronto alla pari. Devono farsi referenti e voce in quell’assemblea dei diritti della loro parte. I loro problemi oggi sono così grandi da non poter essere più oggetto di riflessioni fatte in camere diverse e separate.

La terza. A proposito di giovani e a proposito di donne. Mi si è straziato il cuore al leggere la storia della ragazzina sedicenne che è rimasta incinta, senza il conforto di una famiglia intorno, pur avendo una famiglia e vivendo in un contesto sano, senza il conforto della gioia che dovrebbe suscitare una simile notizia, o della gravitas adatta a scegliere e decidere sul da farsi nel caso la notizia non fosse per lei una gioia; la ragazzina  che ha vissuto una gravidanza, da sola, ha partorito da sola e ha deciso di disfarsi da sola della bambina appena nata. Questa ragazzina non sapeva come evitare di rimanere incinta, non ha avuto un’educazione sul cosa è il proprio corpo e il rispetto del proprio corpo, non sapeva che poteva partorire in forma anonima e lasciare in ospedale in forma anonima il bambino. Questa ragazzina e la morte di quella neonata sono responsabilità nostra. C’è un altro caso, quello di una ragazza di 18 anni che ha abortito per la quarta volta, ed è stata inquisita per procurato aborto avendolo fatto da sé. A quelle due ragazzine va il mio pensiero adesso ma va a tutte le ragazze e i ragazzi.

Quando parliamo di mamme, quando parliamo di maternità, quando parliamo di aborto, quando parliamo di giovani, quando parliamo di millennials, quando parliamo di modernità, di donne piuttosto che mamme e di papà piuttosto che di mamme pensiamo a queste storie e pensiamo a queste vite. Non è il termine mamma che rigetto e che mi fa pensare agli anni ’50, ma storie e vergogne come queste, e mi vien da dire che oggi siamo più indietro rispetto a venti anni fa e mentre ci esercitiamo sul lessico, per carità sacrosanto, poiché i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo, rischiamo di distrarre da urgenze sociali come questa invertendone le priorità; penso cioè a una battaglia, quella dell’educazione sessuale obbligatoria (educazione sessuale, non di genere, informazione scientifico sanitaria sul corpo e sulle malattie sessualmente trasmissibili, sulla contraccezione e su una sessualità sana e consapevole), che il nostro partito non ha mai fatto, nemmeno nella tradizione comunista o democristiana, relegandolo a rivendicazione residuale femminista o radicale. Con tutto il rispetto enorme per il femminismo, entro cui mi inscrivo, e per i radicali, questa è battaglia collettiva e sociale che solo un grande partito come il Partito Democratico può portare avanti, come ha portato avanti quella sulle unioni civili e sul dopo di noi.

L’Italia ha bisogno di curarsi dei suoi ragazzi e delle sue ragazze fornendo loro gli strumenti della scelta, e cioè la conoscenza. Su ogni cosa e anche su questo. Urge un investimento urgente sull’educazione sessuale e sull’informazione di tipo medico sanitario obbligatoria, per tutti i ragazzi e tutte le ragazze. Non possiamo lasciarli soli. Le famiglie no, non hanno gli strumenti adeguati, di conoscenza e scienza per farlo, e comunque non lo fanno. Ai giovani e alle giovani presenti da adesso in Direzione affido anche questa discussione in quella sede.

Sono contenta che il mio partito abbia messo in campo, nel centro del campo, questi temi, assolutamente non “pacifici” e men che mai risolti. Adesso sviluppiamoli, insieme, dentro e fuori il partito.

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