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Opinioni

Se ci si è ostinati a creare i Patti per il Sud proseguendo con Resto al Sud o con la Banca delle Terre Incolte è perché ormai solo un Mezzogiorno in grado di entrare nella competizione globale può fare la differenza

Non sappiamo ancora se quanto accade alla Borsa americana con le sue ricadute globali sia l’inizio di una nuova, ennesima fase di turbolenza dei mercati. Né siamo in grado di prevedere con esattezza gli esiti della contrastata approvazione della legge di bilancio americana. Sappiamo però che gli Usa sono entrati appieno nella competizione fiscale globale e nell’adozione di misure, per ora parziali e limitate, di protezionismo. Sappiamo che nel novero delle possibilità c’è anche una sorta di svalutazione competitiva del dollaro sull’euro. Appesa al filo del referendum tra i 460 mila iscritti alla Spd, la Grosse Koalition tedesca può essere determinante per il futuro dell’Unione Europea.

Lo so. Sono questioni lontane dalla campagna elettorale, dalle fantasmagorie della DiMaionomics e dagli ipotetici condoni edilizi berlusconiani. Eppure sono e sono state, sin dal loro primo manifestarsi, questioni intrinseche al lavoro quotidiano dei governi Renzi e Gentiloni. Lo erano i dazi sulle importazioni dell’acciaio cinese imposti, a suo tempo, da Obama perché qualsiasi mutamento nelle ragioni globali di scambio dell’acciaio ha ricadute immediate sulla siderurgia da Taranto a Genova e in tanti altri siti industriali italiani.

Per questo la partita dell’Ilva va chiusa e subito. Il resto della siderurgia mondiale e i paesi che la detengono non stanno a guardare e ogni ritardo o segno di incertezza può essere fatale per decine di migliaia di lavoratori e per la nostra posizione nella competizione globale. E può esserlo per l’ambiente, come purtroppo insegna Bagnoli.

Se il governo Renzi prima e Gentiloni poi hanno messo a punto Industria 4.0 lo hanno fatto sapendo che quello che ci ha mantenuto e ci mantiene nel gruppo di testa dei paesi esportatori è la qualità di settori delicatissimi, dalla farmaceutica alla meccanica.

La dorsale della media impresa italiana ha retto e regge la nostra posizione nel mercato globale. Rafforzarne la competitività in termini di innovazione di prodotto e di processo è, per quanto possibile, l’assicurazione sulla vita di fronte all’imponderabile di un euro che si apprezza o dell’insorgere di nuovi protezionismi. Rafforzarla, non agli albori della crisi o addirittura prevedendola, ma quando ormai eravamo nel punto più drammatico della parabola, è stato complicatissimo.

Lo so, rischio di essere fuori tema rispetto alle illusioni da campagna elettorale, agli sbandieramenti di chiacchiere di ogni tipo. Però è lavoro continuo, puntiglioso, faticoso anche. Il concreto con cui si misurano quotidianamente le vite delle persone e che determina l’essere o meno tagliati fuori dalla competizione internazionale.

Se ci si è ostinati a creare i Patti per il Sud proseguendo con Resto al Sud o con la Banca delle Terre Incolte è perché ormai solo un Mezzogiorno in grado di entrare nella competizione globale può fare la differenza. Una differenza che si gioca come sistema-paese e che ha valore per il Mezzogiorno come lo ha, in modo ancora più marcato, per il Nord.

Le difficoltà ovviamente non mancano. Per incarico di governo ho frequentato i cosiddetti tavoli di crisi. Ce ne sono ancora troppi ma devo constatare che ormai una buona parte del Paese ce l’ha fatta ad avviare una solida uscita dalla crisi.

Il centro-nord ha ricominciato a tirare. Il problema non è il Sud ma un “certo” Sud. Non voglio tornare sulle ovvietà ma c’è un Sud della farmaceutica, dell’automotive, della meccatronica, dell’industria automobilistica e petrolifera che è in marcia e un Sud che si balocca, s’impantana o peggio, in attesa del migliore dei mondi possibile, indulge in quelle mortiferere autoconsolazioni che votano alla sconfitta e all’abbandono.

A dirla tutta: l’acciaio è una cosa necessaria. La salute e l’ambiente sono valori irrinunciabili ma senza la cosa resterà solo il cadavere che la produceva e che continuerà per sempre a distruggere quei valori. Qualcuno cerca di tenere insieme cose e valori; qualcun altro in un gioco al rialzo rischia di mandare al disastro le une e gli altri.

Sembra quasi di essere fuori tema quando si parla di cose e di valori, tanto più perché si tratta di cose valori reali, in via di realizzazione; da difendere, da potenziare. Cose e valori – perché no? da raccontare, paese dopo paese, strada dopo strada per confrontarsi, trarre nuove idee, altre intuizione, nuove necessità.

Fosse questo fare politica il fare la campagna elettorale?

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