Nazione e autonomia: come quadrare il cerchio

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I referendum di Lombardia e Veneto hanno riaperto il dibattito sull’autonomia e sul rapporto fra comunità, istituzioni territoriali e Stato

I referendum di Lombardia e Veneto hanno riaperto il dibattito sull’autonomia e sul rapporto fra comunità, istituzioni territoriali e Stato. Aldo Bonomi attento osservatore delle dinamiche di frontiera ha più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di prendere in seria considerazione la connessione fra centri urbani e campagna, fra metropoli e provincia, fra piattaforme territoriali e istituzioni centrali. La spinta politica e culturale degli anni ‘90 ha prodotto una riforma costituzionale con più ombre che luci.

La soluzione più condivisibile di quel disegno è quella contenuta nell’art. 116 perché contiene una giusta sintesi fra la voglia di differenziazione delle comunità territoriali e la tenuta dello Stato unitario. Questa disposizione raccoglie la migliore dottrina autonomista italiana di matrice “sturziana”, mette da parte un concetto estraneo alla nostra cultura e alla nostra costituzione quale è il federalismo e individua un meccanismo non troppo complesso per poter andare incontro alle richieste che vengono dal basso. È totalmente in linea con la nostra storia e la nostra tradizione piena di voglia di differenziazione e di rivendicazione verso uno Stato che abbiamo sempre sentito come la casa di tutti ma non come la casa di ognuno di noi. Perché il popolo italiano organizzato nelle varie comunità locali, si è sempre sentito migliore del suo Stato ed ha sempre considerato più importanti le relazioni private di quelle pubbliche.

I beni comuni, gli spazi comuni sono stati messi sempre un passo indietro rispetto ai beni privati e alla ricerca di un percorso individuale di carriera professionale o sociale che fosse. Oggi c’è un’inversione di marcia. In una recente ricerca pubblicata da IPSOS per Symbola è stato fotografato l’interesse dei nostri concittadini per il valore della pubblica utilità, ossia per le cose che servono ad ognuno in quanto persone appartenenti ad una comunità.

Penso che sia molto opportuno mettere insieme la domanda di autonomia che viene dai territori con la nuova tendenza degli italiani per il bene comune che ha modi di manifestarsi diversi da luogo a luogo (a seconda della tradizione e delle sensibilità locali). Questa occasione, valorizzare l’autonomia intesa come la migliore forma del bene comune di comunità, non va sprecata dietro ad inutili rivendicazioni che hanno solo lo scopo di dare una targa politica ad un’iniziativa così rilevante. Occorre invece una seria valutazione delle domande sociali che vengono dal basso e proporre risposte congrue che siano attente alle differenze che sono all’interno delle singole aree geografiche che hanno attivato questo percorso.

Le piattaforme territoriali sono più omogenee dei confini geo-politici ma allo stesso tempo possono avere al loro interno delle differenti sensibilità di cui tenere conto. Milano ha dato un chiaro segnale europeista e forse considera la relazione infra statuale (fra territori e stato) non più attuale, mentre altre piattaforme come ad esempio quella di Venezia-Treviso-Verona-Padova risentono maggiormente della specialità dei territori circostanti e per questo hanno bisogno di una differenziazione per poter competere. Insomma l’avvio di questo processo se preso sul serio può avviare una fase storica dalla quale dipenderà la qualità della vita dei nostri cittadini per i prossimi anni e dal quale dipenderà l’esigibilità dei diritti fondamentali delle persone che vivono queste comunità.

In altre parole potrebbe essere l’inizio di una nuova forma di convivenza civile che ruota intorno allo sviluppo della persona e al modo in cui essa vive le relazioni sociali in chiave europea ma sempre più vicina alla storia e alla tradizione millenaria delle nostre comunità locali.

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