Nessuna scorciatoia, la Brexit è un problema europeo

Opinioni

Il Parlamento europeo ha un atteggiamento costruttivo ma terremo conto degli interessi dei nostri cittadini

Dal referendum sulla Brexit del 23 giugno dell’anno scorso l’Unione europea è attraversata da una frattura innegabile. Per la prima volta nella storia dell’Ue un Paese ha deciso unilateralmente di uscire e ora ci troviamo a negoziare l’applicazione pratica di questa decisione, misurando ogni giorno la distanza drammatica tra le promesse irresponsabili degli euroscettici britannici e la realtà delle cose.
Per mesi il governo conservatore di Theresa May ha voluto negare questa distanza, promettendo ai propri cittadini il sol dell’avvenire di una nuova “Gran Bretagna globale” e insistendo nel voler mantenere una qualche forma di accesso al mercato unico europeo limitando però la libera circolazione dei lavoratori. Sono stati mesi buttati e ora che il tempo stringe i nodi stanno venendo al pettine. Nel discorso fatto a settembre a Firenze la premier britannica ha adottato un tono più dialogante e realistico ma, come ha ricordato nel dibatto al Parlamento europeo il negoziatore per la Commissione Michel Barnier, “i discorsi non sono posizioni negoziali”.

Fra pochi giorni si terrà il quinto round negoziale tra Londra e Bruxelles, dopo quattro round quasi totalmente infruttuosi, e al Consiglio europeo di ottobre i leader dell’Ue dovranno decidere se ci sono stati sufficienti progressi nel definire le condizioni di recesso del Regno Unito dall’Ue per poter iniziare a parlare di future relazioni, come vorrebbe il governo di Londra. Su questo Commissione europea ed Europarlamento sono state chiarissime: i progressi non sono sufficienti.
La Brexit non è un processo che riguarda solo i governi o le aziende. Riguarda anche i cittadini, e in particolar modo i 4 milioni e mezzo di cittadini europei che oggi hanno un futuro incerto a causa dell’irresponsabilità dei populisti. Per questo è importante che a discutere il tema non siano solo i leader nelle riunioni a porte chiuse del Consiglio, ma anche il Parlamento europeo, che sulla questione ha tenuto un dibattito martedì nella sessione plenaria a Strasburgo.

Per la gran maggioranza di noi eurodeputati servono certezze sul destino di cittadini comunitari che vivono e lavorano in Gran Bretagna, così come sugli inglesi che vivono in altri Paesi Ue. Su questo non siamo disposti ad accettare discriminazioni, né tattiche dilatorie che, con la scusa di periodi transitori, prolunghino lo stato di incertezza. In secondo luogo serve al più presto un accordo che preservi la stabilità del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Una stabilità ottenuta a un prezzo altissimo grazie all’Unione europea e su cui nessuno vuole tornare al passato. Infine il governo di Londra deve accettare gli impegni finanziari sottoscritti con il bilancio comunitario, perché non si possono far ricadere sugli altri contribuenti europei le scelte dei cittadini britannici.
Il Parlamento europeo ha scelto un atteggiamento costruttivo, ma per chiunque abbia seguito il dibattito di martedì non ci possono essere illusioni sulla possibilità di trovare scorciatoie con accordi sottobanco tra governi. La Brexit è una questione europea e sarà affrontata alla luce del sole negli interessi di tutti i cittadini europei.

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