Non ci sarà nessuna Catalogna indipendente, ci sarà una Catalogna divisa

Opinioni

I secessionisti hanno abbandonato il terreno del diritto per scendere su quello della forza, ma questa forza non è sufficiente

Partiamo da quattro considerazioni di fatto, al netto della simpatia che possiamo avere per l’uno o l’altro degli attori in gioco.

In una qualsiasi situazione se vuoi l’indipendenza devi essere disposto a rompere la legalità e a scendere sul terreno della forza, ma devi essere sicuro delle forze che hai per imporre un nuovo diritto e per difenderti da coloro che difendono la legalità che tu vuoi rompere.

In primo luogo dovresti avere un consenso piuttosto vasto e stabile nel territorio che vorresti rendere indipendente. Pensiamo alla Slovenia, dove c’era da tempo una quasi unanimità prima di giungere alla secessione. In questo caso risulta che la popolazione favorevoli sia più o meno una metà: le liste indipendentiste hanno preso nelle ultime regionali poco meno della metà dei voti.

In secondo luogo dovresti avere un grado significativo di controllo sulle forze armate e di polizia, in grado di stabilire i confini e di farli rispettare, anche con la disponibilità di reggere ad una guerra. Questo si dava nel caso sloveno, anche per alcune scelte militari del periodo di Tito, ma non sembra darsi per la Catalogna, forse con la parziale eccezione del capo della polizia regionale e di alcuni quadri della medesima.

In terzo luogo dovresti avere alcuni consensi nell’area territoriale da cui vuoi secedere; ad esempio gli sloveni giocavano di sponda con i croati. Qui invece, a parte une generica simpatia nel paese Basco, che però ha già patito per tanti anni violenze terroristiche e che quindi non vuole essere coinvolto, le spinte catalane hanno ottenuto l’effetto opposto di cementare un’intesa solidissima da union sacrée tra Pp, Psoe e Ciudadanos.

In quarto luogo la situazione dovrebbe essere così problematica nei confronti della realtà da cui ti vuoi separare da assicurarti un certo grado di consenso esterno di per sé difficile perché i singoli Stati o le realtà multilaterali che sono club di Stati (Ue, Onu, Nato, ecc.) se accettano secessioni altrove si troverebbero poi in difficoltà a negarle in casa propria. La Slovenia, per proseguire con l’esempio senza bisogno di andare a casi di colonie che aspiravano a liberarsi dai colonizzatori, aveva un rapporto forte almeno con la Germania e il Vaticano, con tutte le conseguenze che ciò comportava. Qui invece proprio nessun Governo al mondo, al di là di qualche battuta del premier belga che ha dei secessionisti in maggioranza, ha la minima tentazione di fare da sponda.

La conclusione è pertanto semplice: i secessionisti hanno abbandonato il terreno del diritto per scendere su quello della forza, ma questa forza non è sufficiente; non ci sarà pertanto nessuna Catalogna indipendente. Non lo sapevano? Alcuni sì, ma si sa come funzionano i populisti: mettono in campo slogan in cui spesso loro stessi non credono e che pensano magari di superare in seguito, ma una volta che ottengono voti e quindi un certo successo sulla base di essi non sono in grado di tornare indietro, possono solo immedesimarsi nella parte che avevano creato. E’ questo il lato tragico di persone come Puigdemont e del suo partito Pdecat, erede dell’antico partito moderato Convergencia che aveva saputo giocare bene sul tavolo dell’autonomia, come la Svp in Italia, ma che ha poi dato copertura ai secessionisti finendone imprigionato.

La Catalogna subirà pertanto fatalmente le conseguenze negative previste dalla Costituzione democratica spagnola: speriamo solo quelle dell’articolo 155, il commissariamento, e non anche il 116 (stato di emergenza).

Sarà comunque una Regione divisa, con conseguenze non del tutto prevedibili.

Per quante colpe si possono e si potranno far ricadere sul Governo e sulle forze politiche nazionali, per errori che si potranno trovare in loro scelte del passato, è però impossibile equipararne le responsabilità a quelle di secessionisti che portano i loro cittadini in un’avventura priva delle uniche risorse utili, il diritto e la forza.

In tutto questo bisogna fare anche un elogio al segretario del Psoe Sanchez perché obiettivamente si è trovato di fronte a una situazione delicatissima. Era stato riletto in contrapposizione alla candidata preferita dalla dirigenza del partito, la Presidente dell’Andalusia Susana Diaz, per avvicinarsi a Podemos e allontanarsi politicamente dal Governo del PP, che era sorto per l’astensione dl Psoe che egli non aveva condiviso e per questo era allora stato forzato a dimettersi. Ora, invece, sotto l’emergenza, Sanchez per senso di responsabilità si è assunto l’onere di gestire una linea molto diversa, potremmo dire persino opposta rispetto a quella con cui aveva vinto, col rischio di non essere compreso da parte dei suoi elettori. Ma la nobiltà della politica consiste anche e soprattutto nell’assumersi le responsabilità più sgradite.

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