Non ci sono più scuse

Opinioni

Dopo la sentenza della Corte di Strasburgo, recuperare il prestigio e la credibilità internazionale dell’Italia è diventato un imperativo categorico che ci impegna tutti

Essere condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo costituisce sempre una pagina oscura nella vita di una nazione civile: il nome stesso della corte di Strasburgo e i diritti dell’umanità che essa è chiamata a tutelare sono un patrimonio che ogni democrazia dovrebbe tenere tra i valori più preziosi e sacri. Quando a essere condannato, poi, è un Paese come l’Italia – culla del diritto, patria di Cesare Beccaria, fondatore dell’Unione Europea –  la decisione ha in sé un che di controintuitivo e di clamoroso.

L’ultima importante sentenza di condanna della CEDU contro l’Italia aveva avuto ad oggetto la situazione carceraria nel nostro Paese, considerata dalla Corte come disumana e degradante, e la rilevanza di questa condanna convinse il Presidente della repubblica emerito Giorgio Napolitano a farne oggetto del solo formale messaggio indirizzato alle Camere durante i suoi due mandati al Quirinale. La sentenza di ieri a Strasburgo dovrebbe interrogare ciascuno di noi, politici e cittadini individualmente, con la stessa preoccupazione e la stessa inquietudine. Se in Italia è in corso una violazione dei diritti umani, e se questa violazione è certificata e pubblicata a livello internazionale, il problema non riguarda soltanto coloro i cui diritti sono stati violati.

La questione riguarda ciascuno di noi, lo stato di salute della nostra democrazia, il tipo di società che come comunità vogliamo costruire e il tipo di Paese nel quale desideriamo vivere. Lo si è capito benissimo in Irlanda, dove il referendum sul matrimonio ugualitario del 23 maggio ha segnato uno storico momento di dibattito nell’intera repubblica: gli irlandesi hanno voluto decidere di questa materia non solo per dare una risposta al bisogno di una minoranza, ma soprattutto per decidere quale Irlanda consegnare al futuro. Lo si è capito negli Stati Uniti il 26 giugno, quando la Corte Suprema, con una sentenza destinata a diventare storica come quella del 1967 con la quale fu dichiarata l’incostituzionalità del divieto di matrimoni interrazziali, ha stabilito che il diritto a sposarsi è riconosciuto dalla Costituzione americana e come tale va garantito anche alle coppie formate da due donne o da due uomini in tutti i 50 stati dell’Unione.

L’Italia è con la Grecia l’unico paese dell’Europa occidentale nel quale le coppie omosessuali non godono di nessun tipo di riconoscimento. Hanno leggi sul matrimonio ugualitario anche la Slovenia e il Portogallo, hanno una legge sulle unioni civili anche Malta e la Croazia. Da noi, nonostante l’acquisita compattezza sul tema di un Partito Democratico che ha definitivamente superato recenti divisioni ideologiche e i reiterati impegni pubblici del Presidente del Consiglio, fino ad oggi non siamo nemmeno riusciti ad adempiere ai doveri che anche la Corte Costituzionale – con due sentenze-monito: una nel 2010 e una nel 2014 – ha posto in capo al legislatore. La ragione sta nella caparbia resistenza, a suo modo anche sinistramente ammirevole, di una parte della politica e dell’opinione pubblica che ha fatto della negazione dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge una questione di vita o di morte, e che è di fatto riuscita sin qui a bloccare anche la legge contro l’omofobia, approvata dalla Camera il 19 settembre del 2013 e di cui da allora si sono completamente perse le tracce in Senato.

Per raggiungere questo obiettivo si è ricorso a tutto: alla disinformazione, alle manifestazioni di piazza, all’ostruzionismo parlamentare contro il governo che pure nelle stesse aule parlamentari  si sostiene con la fiducia. Davanti a questo muro apparentemente invalicabile, ho deciso di cominciare un digiuno che è durato per 20 giorni, dal 29 giugno al 18 luglio, per segnalare all’opinione pubblica italiana l’enormità di una situazione che ci vede più vicini, nella tutela dei diritti LGBT, a Bielorussia e Moldova che a Francia e Gran Bretagna. Ho cessato il digiuno solo davanti a una precisa richiesta in tal senso del Presidente Renzi che si è nel contempo impegnato pubblicamente a garantire che, prima della fine dell’anno, la legge sulle unioni civili sarà definitivamente approvata da entrambe le Camere. Da oggi anche l’opinione pubblica progressista e il Partito democratico dovranno saper mettere in questa materia la stessa determinazione e la stessa urgenza che fino a oggi abbiamo riconosciuto nell’azione politica di chi queste leggi ha osteggiato: dopo la sentenza della Corte di Strasburgo, recuperare il prestigio e la credibilità internazionale dell’Italia è diventato un imperativo categorico che ci impegna tutti.

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