Non è il tempo dei tifosi, è il tempo dei pontieri

Opinioni

Occorre lavorare per l’unità dei democratici al fine di non disperdere le energie e quello che di buono abbiamo fatto per costruire un’Italia nuova

Il Paese ha perso una grande occasione di cambiamento. Sarà il tempo, padrone di ogni verità, a darci ragione. Ci siamo battuti per migliorare il Paese, per renderlo più efficiente, più semplice e più forte, tornando a innamorarci insieme della Costituzione. L’abbiamo fatto a viso aperto, casa per casa, per strada, tra la gente, con la testa e con il cuore. Tutti i volontari per il Sì e i circoli del Pd devono essere orgogliosi.

Andare avanti con fiducia, perché in molte parti d’Italia abbiamo tirato fuori il meglio di noi scrivendo una bella pagina di buona politica. La sfida non era semplice, il dibattito non è stato sul merito del referendum. Si è trasformato in un voto politico. Soli contro tutti abbiamo raccolto oltre 13 milioni di voti. Tanti del Pd, ma non solo: un grande partito che vuole riformare e cambiare l’Italia.

E’ ora di rimettersi in cammino, ma occorre riflettere sulla strada. Ripartendo anche dalle ragioni di un deludente risultato. Le ragioni della sconfitta al referendum sono quattro. La prima ragione è che stiamo ancora vivendo la più grave crisi economica e sociale che abbiamo mai conosciuto, nonostante i segnali di ripresa e l’inversione di tendenza grazie al Governo Renzi.

Nel mondo, non solo in Italia, c’è una delegittimazione contro chi governa. Nell’opinione pubblica l’establishment è a prescindere chi è la potere. E’ accaduto con la Brexit e con Trump, prima ancora in Italia con le elezioni politiche. Situazioni diverse con medesimi sentimenti, dinamiche psicologiche, condizioni sociali e politiche. Quando c’è disagio e rabbia sociale, più crescono le disuguaglianze, tanto più aumenta la sfiducia su chi governa.

In questo contesto la seconda ragione ha trovato un terreno fertile: l’eccessiva personalizzazione sul destino del governo. Molte persone sono andate a votare senza conoscere i punti della riforma costituzionale. Anziché parlare di merito nei luoghi vita delle persone si discuteva di altro e in un sistema tripolare, come quello italiano, due si sono uniti contro il terzo.

La terza ragione, la rottura del Patto del Nazareno. Sappiamo che è dovuta all’irresponsabilità di Forza Italia, prima con Letta poi con Renzi. Quel mancato accordo ha di fatto esautorato la natura costituente di questa legislatura nata dalla più grave crisi politica e istituzionale del 2013. La sconfitta del centrosinistra ci ha lasciato un Paese senza vincitori e instabile, con un Parlamento incapace di dialogare e perfino di eleggere un Presidente della Repubblica.

La quarta ragione, è aver aperto una compagine di governo senza tutte le anime del Pd. Dopo le elezioni europee si è creato un solco che è perdurato troppo a lungo fino al referendum costituzionale. E’ stato molto grave fare delle ultime amministrative e del referendum un congresso interno di partito, ma occorreva anche non dare gli spazi di azione.

Adesso si apre una fase incerta, ma la vittoria è solo rimandata. Dipende da noi, ancora una volta del Pd. D’altronde il Governo Renzi dopo mille giorni lascia un Paese migliore di come l’aveva ereditato. Siamo stati poco orgogliosi di noi stessi e del lavoro fatto per l’Italia. Forse troppo attenti al lavoro nel governo, ma poco sensibili all’azione del partito.

La buona strada da percorrere è quella più difficile. Da un lato, ripartire dai temi sociali e dalle disuguaglianze, con un partito capace di vivere l’impegno nei sentimenti più profondi e nelle condizioni di vita reali delle persone, a cominciare dai più deboli, dagli esclusi, dalle fragilità. Dall’altro, occorre lavorare per l’unità dei democratici al fine di non disperdere le energie e quello che di buono abbiamo fatto per costruire un’Italia nuova.  Più che “tifosi” e “giaguari” questo è il tempo dei pontieri. E di ripartire dai territori per mettere al centro le periferie che sono il cuore del Pd.

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