Obama, l’uomo che “sente” gli altri

Opinioni

Barack Obama è dotato di lucida pacatezza e di un grande slancio

“Il futuro è il posto migliore. Il 44° presidente degli Stati Uniti d’America in parole sue” (Rizzoli editore, 250 pagine, 16 euro) è il libro appena pubblicato che raccoglie pensieri e riflessioni di Barack Obama. Il volume ha la prefazione di Walter Veltroni che qui pubblichiamo insieme ad alcuni estratti dai discorsi e dalle frasi pronunciate dal primo presidente afroamericano degli Stati Uniti rimasto in carica per due anni dall’elezione del 2008.

Otto anni fa, proprio mentre un’elezione che era come un soffio di aria nuova nel vecchio mondo portava Barack Obama alla Casa Bianca, la Rizzoli mi chiese di scrivere la prefazione al suo libro autobiografico L’audacia della speranza che stava uscendo in tutto il mondo. Avevo scoperto la forza della sua visione ascoltandolo parlare nel 2004 alla Convenzione democratica. Il key note speech di quel giovane senatore resta uno dei discorsi politici più belli che abbia mai ascoltato. Poi volli incontrarlo al Senato e la mia impressione fu confermata.

Oggi, mentre “b o” (come si firma nei suoi post di Facebook o su Twitter) si prepara a lasciare la presidenza, esce in Italia questo libro che raccoglie suoi pensieri, aforismi, semplici e brevi messaggi, parti di discorsi più complessi e ufficiali, fulminanti analisi. C’è un tratto che unisce questi due testi: ci sono gli otto anni di presidenza, due mandati vissuti al centro di difficili crisi economiche e politiche di dimensioni globali. Il tratto, se dovessi dirlo in una parola, è quello della coerenza.

Non la coerenza degli sciocchi, di chi non cambia mai idea o approccio davanti al mutare delle cose, ma una forte coerenza di valori e di impianto direi quasi psicologico. Qualcosa è mutato, certamente e non per necessità di scrittura visto che qui non siamo davanti a una autobiografia, ed è l’insistenza sul “noi”, e persino sul “voi ” come centro dell’attenzione. Quello slogan che ebbe una fortuna e un impatto straordinario, “Yes We Can” metteva l’accento non tanto sul “can” sulla possibilità, insomma, di superare ostacoli, di farcela anche nei frangenti più difficili, quanto sul “we”, sullo stabilire un’unità di sostanza tra il leader che si candida alla Casa Bianca e il popolo che lo sostiene.

Senza quel popolo del leader resterebbe solo l’“audacia” (“In un paese con 300 milioni di abitanti, ci vuole un certo grado di audacia per affermare ‘Sono la persona migliore per guidare la nazione’” disse al Washington Post, prima ancora di essere eletto, quando la sua candidatura appariva ancora come una fragile ambizione). Ebbene, Obama ripete ancora una volta questo concetto parlando nel 50° anniversario delle marce da Selma a Montgomery: “La singola parola più potente nella nostra democrazia è la parola ‘We ’, noi. ‘We the people’, ‘We shall overcome’, ‘Yes We Can’. Questa parola non appartiene a nessuno. Appartiene a tutti”.

1 Domande vere, possibili risposte

Leggendo le parole di Barack Obama troviamo tutte le domande vere e molte delle risposte possibili, perché neppure i critici più aspri della sua presidenza potranno mai dire che questo giovane afroamericano approdato nella Sala Ovale avendo alle spalle solo una breve esperienza al Senato è di quelli che voltano la testa da u n’altra parte davanti ai problemi.

Quando arrivò alla Casa Bianca eravamo al centro della crisi più dura degli Stati Uniti: i paragoni con la Grande depressione del 1929 erano all’ordine del giorno, le immagini dei broker della Lehman Brothers che raccoglievano negli scatoloni di cartone le loro cose e della maggiore banca d’affari del mondo che falliva lasciandosi alle spalle centinaia di miliardi di debito erano solo di qualche settimana prima, la bolla immobiliare era esplosa portandosi dietro risparmiatori e banche. Oggi quella crisi è lontana, gli Usa sono ripartiti, sono stati creati milioni di posti di lavoro.

2 Meno povertà, più diseguaglianze

Stendendo un bilancio davvero pacato dei suoi otto anni Obama mette l’accento su due questioni apparentemente contraddittorie: da una parte segna come la povertà abbia subito una riduzione misurata su un periodo che va dalla fine della presidenza di Ronald Reagan a oggi passando dal 40 al 10%.

Eppure, dall’altra parte, questa riduzione della povertà sembra rovesciata da una accentuazione delle diseguaglianze, dalla concentrazione delle ricchezze nelle mani di élites economiche sempre più lontane dal resto della popolazione. Il capo di una azienda – annota il Presidente – in passato condivideva con almeno una parte dei suoi dipendenti qualcosa (la scuola per i figli, la chiesa dove si andava a pregare o le organizzazioni civiche a cui si apparteneva) e il divario del guadagno era di 25-30 volte, oggi quei legami sono spezzati e i grandi manager guadagnano 250 volte il salario medio dei loro dipendenti.

La consapevolezza di questo nodo, di questo groviglio che è probabilmente all’origine dell’esito elettorale che ha portato alla Casa Bianca Donald Trump (e che – consentitemi questa non difficile profezia – con lui sarà destinato a crescere), percorre moltissimi dei suoi discorsi, delle sue preoccupazioni. Basta leggere quelle che ha detto all’Economistpoche settimane prima del voto del 2016 per averne consapevolezza: “Un capitalismo plasmato da pochi e incomprensibile ai più è una minaccia per tutti.

Le economie hanno più successo quando riduciamo il gap tra ricchi poveri e quando la crescita ha una base ampia. Un mondo in cui l’1% dell’umanità controlla tanta ricchezza quanta l’altro 99% non sarà mai stabile. Le differenze tra ricchi e poveri non sono una novità ma così come il bambino che vive in uno slum può vedere il grattacielo lì accanto, la tecnologia permette a chiunque abbia uno smartphone di vedere come vivono i più privilegiati. Le aspettative crescono più velocemente di quanto i governi possano rispondere e un pervasivo senso di ingiustizia mina la fiducia della gente nel sistema.

E senza fiducia, il capitalismo e i mercati non possono continuare a fornire i guadagni che hanno prodotto nei secoli passati”. C’è in queste parole un allarme doppio: per la capacità di tenuta del sistema politico e di quello economico. Sotto questo tipo di spinte sono ambedue insieme a rischio e questo rischio prima o poi esploderà e esigerà il suo prezzo. Barack Obama appare, in tutto quello che dice, dotato di una lucida pacatezza e insieme di un grande slancio. E c’è un’altra parola importante che torna nei suoi discorsi, una parola che oggi va di moda magari come un rimprovero alla politica. Questa parola è empatia.

“Sapete, si fa un gran parlare in questo paese del deficit federale. Ma credo che dovremmo parlare di più del nostro deficit di empatia, la capacità di metterci nei panni degli altri, di vedere il mondo attraverso gli occhi di coloro che sono diversi da noi: il bambino che ha fame, l’operaio che è stato licenziato, la famiglia che ha perso tutto quando è arrivato l’uragano. Quando pensate in questo modo, quando scegliete di allargare l’ambito delle vostre preoccupazioni e di empatizzare con le disgrazie altrui, che siano amici vicini o stranieri sconosciuti, diventa difficile non agire e ancora più difficile non aiutare”.

Questo diceva nel 2006 quando la presidenza era ancora lontana. Ma dieci anni dopo il suo sguardo, sebbene diverso, non è lontano quando affronta il problema cardine di questo inizio millennio, quello della globalizzazione. “Un sacco di gente nutre preoccupazioni legittime sulla globalizzazione, uno dei grandi cambiamenti in corso: lavori che se ne vanno all’e stero, accordi commerciali che qualche volta mettono lavoratori e imprese in una posizione di svantaggio.

Ma la risposta non è smettere di commerciare con le altre nazioni. In questa economia globale non è neanche un’opzione possibile. La risposta giusta consiste nel commerciare nel modo corretto, negoziando con altri paesi in modo che alzino i loro standard lavorativi e ambientali. Così ci assicureremo che le regole internazionali si accordino ai nostri valori, compresi i diritti umani. E, in definitiva, aiuteremo ad alzare i salari qui in America. Ecco come aiutare i nostri lavoratori a competere su un terreno di gioco equo”. La sua empatia diventa un modo di guardare alle persone ma anche un modo di guardare al governo e alle risposte. Il suo non è un appello, un’aspirazione ma uno sguardo che guida la sua azione e dal quale credo bisogna farsi contaminare.

3 Interrogativi che riguardano tutti

Dicevo all’inizio che nelle parole di Obama troverete tutte le domande importanti. Ed ecco come in una sintesi estrema lui le pone al suo Paese (è il discorso sullo Stato dell’Unione del 2016, il suo ultimo). Una sola riguarda gli Usa, la terza, quella sulla sicurezza, ma potremmo allargarla con gradi diversi di responsabilità al mondo:

Primo: come dare a tutti un accesso equo alle opportunità e alla sicurezza in questa nuova economia?

Secondo: come far lavorare la tecnologia per noi, e non contro di noi, specialmente quando dobbiamo affrontare sfide urgenti come il cambiamento climatico?

Terzo: come mantenere l’America al sicuro e avere un ruolo di guida nel mondo senza diventarne i poliziotti? Quarto: come fare affinché la nostra politica rifletta la parte migliore di noi e non quella peggiore ? Ecco le domande. E le risposte? Le risposte non sono un problema che riguarda Barack Obama, sono un problema che riguarda noi tutti.

Frasi di Barack Obama

Sono un ragazzo cresciuto guardando Star Trek, e mentirei se dicessi che questa serie non ha avuto almeno una piccola influenza sulla mia visione del mondo. Ciò che mi piaceva era il suo ottimismo, la convinzione fondamentale, centrale in essa, che la gente su questo pianeta, con tutti i nostri diversi background e le differenze esteriori, può mettersi insieme per costruire un domani migliore“. “Wired”, novembre 2016

“Quando i lavoratori alzano la voce per ottenere salari equi e dignità sul posto di lavoro, sostengono la storia d el l’America, l’idea che se lavori duro dovresti riuscire a farcela, ad andare in pensione dignitosamente e a lasciare qualcosa per la prossima generazione”. Washington, 4 settembre 2016

Ho visto la disperazione e il disordine dei diseredati: come distorce le vite dei bambini nelle strade di Giacarta o Nairobi in modo molto simile a quanto fa con quelli che vivono nel South Side di Chicago, quanto stretto sia il passaggio per loro tra umiliazione e furia irrefrenabile, quanto facilmente scivolino nella violenza e nella disperazione. So che la risposta dei potenti a questo disordine – oscillante tra una compiacenza ottusa e, quando esso travalica dai confini che gli sono stati assegnati, un uso della forza privo di discernimento, condanne più lunghe e attrezzature militari più sofisticate – è inadeguata al compito. So che l’indurimento, l’abbracciare il fondamentalismo e il tribalismo ci condannano tutti. Barack Obama“, Dreams from My Father, Prefazione all’edizione 2004

“Ogni volta che convinciamo un bambino, qualunque bambino, a varcare quella soglia e a entrare in una biblioteca, abbiamo cambiato la sua vita per sempre, e in meglio. Questa è una forza enorme in favore del bene”. Chicago, 27 giugno 2005

“C’è una connessione tra democrazia e scienza. La premessa della scienza è che osserviamo e testiamo le nostre ipotesi, le nostre idee. Basiamo le decisioni sui fatti, non sulla superstizione; non su quello che ci dice la nostra ideologia, ma su quello che possiamo vedere. E in un momento in cui il pianeta si sta restringendo e dovremo sempre più prendere iniziative comuni per affrontare il problema del cambiamento climatico, la presenza di un dibattito democratico permette alla scienza di prosperare e di delineare le nostre risposte collettive”. Atene, 16 novembre 2016

 

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