L’Occidente e la democrazia

Opinioni

Il passaggio dalla modernità-nazione alla modernità-mondo si sta rivelando un rompicapo

I “fatti di Germania” – con la difficoltà o l’impossibilità a dar vita a una maggioranza parlamentare e a un esecutivo – scuotono la nostra sensibilità più di altre vicende. Da un lato quello tedesco è parso a lungo un modello di stabilità e di coesione, con due partiti solidi – la Cdu e l’Spd – in grado di governare, alleandosi con forze minori o formando la “grande coalizione”. Dall’altro, si tratta dell’Europa continentale per antonomasia, a cui siamo da sempre assai legati: non a caso, ad esempio, l’organizzazione del Psi delle origini si ispirava soprattutto a quella della socialdemocrazia tedesca.

Personalmente, poi, ho sempre provato a contrastare l’idea che l’Italia fosse una sorta di laboratorio avanzato della politica occidentale, scorgendone piuttosto i ritardi e i limiti e guardando alle democrazie “compiute” del centro e nord-Europa. Oggi, però, è l’idea stessa di liberaldemocrazia a subire quanto meno una metamorfosi: dall’America di Trump al Regno Unito della Brexit, dalla Spagna alla Francia fino alla Germania, è un susseguirsi di sussulti e di sommovimenti. Una sorta di sciame sismico che non sembra interrompersi. E non vi è “modello” che tenga.

Dal crollo del Muro di Berlino, quasi trent’anni fa, il volto del pianeta è mutato profondamente e ora lo “tsunami” sembra approdare proprio là dove avevo preso consistenza, a Berlino e in Germania. Equilibri che sembravano perfetti vacillano, sistemi di pesi e contrappesi plurisecolari non reggono più. “Ѐ la globalizzazione, bellezza”, verrebbe da dire. Conati, spinte e pulsioni di ogni tipo si confondono con altre di segno contrario. Sì, è come se si fosse aperto un nuovo vaso di Pandora; quasi che l’evoluzione della tecnoscienza, paradossalmente, ci riconducesse al caos primordiale.

Insomma: questo passaggio (per dirla con il filosofo Giacomo Marramao) dalla modernità-nazione alla modernità-mondo si sta rivelando un rompicapo. La democrazia, però, è per noi troppo importante per assistere da spettatori inermi alle sue crisi e ai suoi salti mortali. Delle domande vanno poste, delle risposte vanno cercate: si tratta naturalmente di domande all’insegna dell’incertezza (secondo il gergo di un altro pensatore, Salvatore Veca) e di risposte caratterizzate dall’incompletezza. In ogni caso dovremmo insinuarci nelle linee di frattura del nostro tempo, provando a comprendere ad esempio come, nell’Europa secolarizzata, la voce dei leader religiosi possa rappresentare un punto di riferimento per settori significativi della società e come, soprattutto, farne tesoro, nel rigoroso rispetto della laicità delle istituzioni. Da decenni, poi, si dibatte sulla “forma-partito”. Ecco: che ne sarà di quel che resta delle forze politiche tradizionali? Quali soggetti prenderanno il loro posto? E ancora: come restituire un ruolo ai “corpi intermedi”? Guardiamo per un istante all’Italia di ieri: i sindacati erano grandi realtà organizzative, certo, e si rischiava una sorta di sindacatocrazia. Eppure da essi sgorgavano tante idee: chi non ricorda, poniamo, il contributo culturale di Luciano Lama, di Pierre Carniti, di Giorgio Benvenuto? E che dire dell’acume e della lucidità di Bruno Trentin, proprio negli anni della transizione e della fine di un mondo?

Insomma: l’elaborazione culturale dovrebbe essere ricca, aperta, incessante, con uno scambio fecondo fra ambienti accademici, “intellettuali pubblici” e pubblica opinione. Sarà essa, forse, a salvare la democrazia e sulla base di essa partiti e altri corpi intermedi potranno, chissà, riconquistarsi uno spazio significativo.

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