Parliamo di ambiente, è il tema della modernità

Opinioni

Oggi in Italia il tema dell’ambiente è il grande assente dal dibattito politico, sia di destra che di sinistra

Fino a una trentina d’anni fa, “Ambiente” non era una delle parole della politica. Le ideologie di destra e di sinistra proponevano due modelli contrapposti di società in cui i rapporti sociali, il lavoro, i valori erano disegnati in astratto, come se un popolo non vivesse concretamente su un territorio geografico. E come se le risorse naturali che costituiscono la condizione dello sviluppo fossero illimitate.

Imposto alla coscienza sociale a partire dagli anni Settanta del Novecento, il tema ambientale non è però entrato a far parte del discorso propriamente politico, che per tutto il Novecento era rimasto ancorato alla dialettica di classe scaturita dal modello di sviluppo industrialista.

E’ negli anni Ottanta che l’ambiente comincia a fare il suo ingresso nella politica dei Paesi più avanzati d’Europa. Segue due strade: in alcuni casi si impone grazie al successo di nuovi partiti “verdi” che attingono al bacino di consensi della sinistra ma si presentano come forze nuove del quadro politico. In altri casi si fa strada all’interno dei partiti tradizionali della sinistra, inducendoli a una revisione profonda delle proprie priorità.

Anche l’Italia ha vissuto una breve stagione di rinnovamento, che ha coinciso con la fase di incertezza che ha preceduto la grande crisi politica del 1992. E’ allora che anche da noi si affermano formazioni politiche nuove: i Verdi, variamente declinati, che in pochi anni conquistano un ruolo importante nel quadro politico.

Ma è un successo effimero, un patrimonio di credibilità fondato sulla concretezza e la competenza è stato rapidamente dilapidato: il partito dei Verdi ha visto ridursi i propri consensi fino a uscire dal Parlamento, mentre il tema ambientale fatica ancora molto ad essere accolto fra i temi fondamentali dei programmi dei partiti e dei governi.

La questione ambientale non è mai riuscita ad imporsi come contenuto imprescindibile di una politica riformista; anzi è scivolata sempre di più nel ruolo di strumento di protesta e ha finito per essere percepito come un perenne ostacolo ad ogni ipotesi di sviluppo.

E così, durante gli ultimi decenni, le istanze sacrosante di una politica che avrebbe dovuto farsi carico del degrado del territorio, dell’inquinamento di aria e acqua, della qualità di ciò che mangiamo e beviamo sono state confinate nel folclore animalista e movimentista, e soprattutto hanno funzionato come catalizzatore di un’eterna, sterile protesta per quei gruppi che, orfani delle ideologie marxiste, erano in cerca di nuovi slogan per continuare nella loro eterna opposizione priva di prospettive di governo.

Il risultato è che oggi in Italia l’ambiente è il grande assente dal dibattito politico, sia di destra che di sinistra.

A poco sono serviti i richiami della comunità internazionale a prendere sul serio i cambiamenti climatici, a nulla i risultati della ricerca scientifica che invitano a impostare in modo nuovo i processi energetici e produttivi. L’Italia riesce addirittura a cancellare dalla propria coscienza i periodici disastri idrogeologici, che dimostrerebbero con ogni possibile chiarezza la necessità di intervenire sulla qualità e la manutenzione del territorio.

E così l’Italia è rimasta il paese delle palazzine che prolificano incontrollate nelle periferie, delle colate di cemento sulle coste, dei viadotti fantasma, degli scarichi inquinanti, del rischio idrogeologico, dei crolli di Pompei.

Riprogrammare gli orologi. Un progetto politico a lungo termine.

Questo ritardo è diventato ormai insopportabile. L’Italia non può più rinviare. Deve prendere coscienza fino in fondo della necessità urgentissima di porre l’ambiente non solo nell’agenda della politica, ma al suo centro, perché non c’è progetto di società che possa prescindere da un territorio sano, rigenerato, capace di accogliere gli uomini e le donne che ci vivono. Bisogna riprogrammare i nostri orologi e riscrivere la nostra idea di futuro ripensando al progresso in termini di salvaguardia del nostro capitale più prezioso: il territorio, l’aria, l’acqua.

Richiamare questa necessità dal profondo di una crisi economica che sta compromettendo il tessuto produttivo del Paese può sembrare un lusso un po’ snob. Specialmente se chi fa opinione in Italia ha più di sessant’anni.

Politici, giornalisti ed economisti cresciuti nel mondo ideologico del dopoguerra non sono abituati a dare importanza ad un futuro che non sia immediato. Di fronte alla crisi, rinviano le grandi politiche e i grandi progetti, per gestire il presente. Divorano il capitale di domani, ingabbiati in una prospettiva di brevissimo periodo: gonfiano il debito del Paese perché qualcuno domani troverà il modo di pagarlo; rinviano la manutenzione dei territori, perché le frane, gli smottamenti, le alluvioni sono eventi incerti, e chissà quando arriveranno; lasciano che i palazzi e le case abusive consumino i terreni intorno alle città e sulle coste, disperdendo un capitale che le generezioni future non troveranno più.

Pensano che gli ecologisti siano soltanto dei radical-chic che non possono trovare ascolto quando l’emergenza avanza.

Ma si sbagliano. Proprio la crisi dell’economia globale, che in Italia è crisi di investimenti e di lavoro, ha bisogno di una programmazione del futuro di lunghissimo respiro. Nel pieno della crisi economica, vi sono Paesi europei che hanno avviato piani di investimenti a lunghissimo termine concentrando i propri sforzi proprio sull’ambiente, che costituisce l’unica spesa in grado di ricostituire il capitale del territorio.

Perché per salvarsi subito bisogna guardare lontano. E bisogna anche introdurre nel sistema economico la responsabilità etica che è connaturata alle preoccupazioni ambientali. Orientare l’impresa e gli investimenti verso l’ambiente, con i tempi lenti che sono imposti dagli interventi da realizzare, significa anche fare proprio un ritmo della crescita del tutto diverso da quello che ci ha precipitato in una delle più gravi crisi economiche dell’ultimo secolo. Significa rinunciare alle ricchezze accumulate in pochi mesi, imparare a lavorare per i propri figli e per il proprio paese. Significa accogliere un progetto di sviluppo che non consumi il capitale che ci consente di vivere in nome di un aumento del fatturato che si tradurrà, prima o poi, in un altro crollo del sistema.

Al di là delle contrapposizioni ideologiche, che negli ultimi anni italiani sono diventate soprattutto mediatiche, proporre l’ambiente come il cuore del progetto di sviluppo del nostro Paese significa proporre un nuovo modello di crescita, diverso da quello che si è misurato fino ad oggi con il PIL.

Messo in discussione dai migliori economisti del mondo, l’indice di sviuppo basato sulla circolazione della ricchezza non tiene conto in alcun modo della distruzione delle risorse naturali, che anzi spesso genera un aumento positivo del PIL. L’indice di sviluppo misurato con il PIL segna una crescita positiva, ad esempio, anche quando un territorio di meravigliosa bellezza (come tanti in Italia) viene trasformato in un inferno inquinato, dove gli scarichi di ogni genere avvelenano il mare, l’aria, l’agricoltura. Basta che il denaro circoli, e il PIL promuove ogni progetto. Anche quello che distrugge per sempre un capitale di inestimabile valore.

Incapace di elaborare programmi efficaci, condivisibile e valutabili, la nostra politica ha abdicato al suo ruolo di progettare il futuro nell’interesse della comunità nazionale. Proprio l’incapacità di rispondere alle esigenze poste dal deterioramento dell’ambiente può mettere in rilievo questa drammatica inadempienza della politica. Di fronte alla coscienza sempre più limpida dell’urgenza di intervenire per invertire il processo di deterioramento del territorio e del clima, la sfida ecologica impone un ritorno alla vera politica. Perché è un tema che tocca la qualità di vita di tutti; perché può offrire grandi opportunità di sviluppo economico; perché la comunità internazionale spinge tutti i Paesi a prender misure rapide, efficaci e controllabili.

In molti paesi avanzati l’ambiente è considerato un’emergenza nazionale e planetaria che merita un grande sforzo della politica nazionale. L’obiettivo di rendere compatibile lo sviluppo con la tutela del clima e del territorio ha rappresentato in certi casi una grande frontiera che la politica riformista ha indicato alle nazioni.

In Italia gli obiettivi della politica hanno da decenni le gambe corte. Anzi cortissime. Possiamo chiamare questa tendenza breveterminismo. Per un uomo politico italiano i progetti possono mai spingersi al di là dell’orizzonte delle prossime elezioni, perché i risultati si devono vedere in fretta e portare un incremento dei voti. Invece i tempi lunghi della prevenzione, dello sviluppo sostenibile, della ricerca sono inconsueti da noi. Ma proprio per questo la necessità di elaborare una strategia di tutela dell’ambiente può indurre la politica a cambiare orizzonti: prevenire i problemi e preparare l’avvenire significa investire sulle nuove generazioni e svecchiare decisamente la politica.

Quando parliamo di politiche ambientali, questo atteggiamento responsabile è indispensabile perché i rischi da contrastare sono di lungo periodo, perché i risultati sono lenti, perché il luogo dell’efficacia è il futuro.

Ma sono ritorni economici sicuri, perché la cura del clima, del territorio, dell’acqua e dell’aria rappresenta la nostra assicurazione contro le catastrofi idrogeologiche e ambientali che purtroppo non sono rare in Italia.

Progetto Apollo: Il territorio italiano principale asset del paese

Una meta, una frontiera, un territorio da scoprire, il miraggio della conquista dello spazio. Le trasformazioni profonde delle società e dei modi di vivere che abbiamo vissuto nel Novecento sono stati prodotti dalla spinta che l’inventiva e la ricerca hanno ricevuto da grandi obiettivi che la politica è stata capace di proporre.

Anche l’Italia, quando ha vissuto momenti di grande espansione, ha perseguito un grande obiettivo, dimostrando capacità straordinarie. L’industrializzazione del Paese, voluta e realizzata nel dopoguerra, ha prodotto enormi capacità tecniche, diffuso competenze e abilità, stimolato la ricerca e la cultura.

Ma è stato proprio questo obiettivo, perseguito con successo, che ha finito per compromettere un immenso capitale di territorio, aria, acque, agricoltura, forestazione, mari. L’Italia ha drammaticamente compromesso la sua ricchezza stabile, il suo capitale più prezioso: il suo territorio dove la natura e la cultura avevano creato durante millenni un equilibrio meraviglioso.

Ecco allora il nuovo territorio da conquistare, per il quale tutta la Nazione può impegnare le sue forze migliori: la fantasia, la perseveranza, la creatività che hanno fatto la fama degli italiani nel mondo. Questo territorio nuovo, questa frontiera sta sotto i nostri occhi: è il territorio italiano.

Un grande progetto di investimenti pubblici e privati per restituire agli italiani e al mondo il meraviglioso equilibrio di natura e cultura che i nostri padri hanno ereditato mezzo secolo fa e che è oggi seriamente compromesso. Una grande missione che è nazionale e internazionale, ma nello stesso tempo è locale: legata all’identità delle mille comunità che popolano il nostro territorio e l’hanno reso unico al mondo. Comunità che si riconoscono nelle loro città e nelle loro campagne, e che troverebbero nella riconquista dell’equilibrio con la natura il senso vero di un federalismo solidale che vedrebbe ogni comune d’Italia “spazzare di fronte alla propria porta” per ripulire l’intero Paese.

Anche la politica locale dovrebbe tornare ad impegnarsi per una buona amministrazione, visibile e misurabile nei risultati, riguadagnando l’attenzione e la vicinanza dei cittadini che oggi dimostrano una distanza dalla politica che non ha eguali dal dopoguerra.

Impegno serio per l’ambiente significa, invece, politici responsabili e controllabili. E significa anche ritorno al rispetto delle regole, perché la tutela del territorio consiste esattamente nel fissare le regole di uso dei beni comuni e nel farle rispettare. Con il rigore e la severità che deve avere un’amministrazione davvero preoccupata di difendere il patrimonio di tutti. Perciò, la riconquista del territorio italiano è anche la riconquista del valore positivo della legalità.

Questa legalità è esattamente il contrario di quanto propone la politica attuale, che passa da un’emergenza all’altra, facendo prevalere la necessità urgente alla serena forza delle regole.

L’Italia della seconda Repubblica insegue le emergenze: l’emergenza lavoro, l’emergenza smog, l’emergenza casa, l’emergenza rifiuti, l’emergenza idrogeologica, l’emergenza informazione. Ma l’emergenza non ha legge, né procedura. Lo stato di eccezione richiama la forza viva del potere ad agire al di sopra delle regole. Così ogni giorno si riducono gli spazi di democrazia e la politica si spoglia della sua responsabilità di governo dei processi, rivolgendosi solo al breve periodo, rifuggendo dal confronto con qualsiasi prospettiva che vada oltre i cicli elettorali.

Superare la logica dell’emergenza significa anche fare fronte alla crisi profondissima della rappresentanza politica.

Conclusioni

Ambiente è il tema della modernità, su cui ridisegnare un’idea di progresso, di sviluppo, la stessa identità riformista.

Forma comunità e identità nazionali e locali ma è europeo e globale.

Costringe la politica alla progettazione e alla responsabilità (accountability) della politica e dei politici.

Induce alla coscienza del valore fondamentale del rispetto delle regole.

Richiama i giovani all’impegno e richiede ai meno giovani di alzare lo sguardo oltre il breve termine della loro generazione. Conoscere oggi il significato della parola Ambiente vuol dire scoprire un altro modo di essere giovani: non più un limbo protetto, uno stand-by nel quale la cosa più impegnata che si possa fare è ascoltare, imparare ad aspettare il proprio turno, ma una stagione della vita che può incidere sulle scelte della società, stimolare il cambiamento, richiamare l’attenzione sul nostro futuro. Non è impossibile, basta solo un po’ di coraggio.

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