Partite iva, ecco i diritti che non c’erano

Opinioni

Abbattere la burocrazia ed i ritardi del pubblico, espandere il credito d’imposta per investimenti in capitale umano e tecnologico sono le strade obbligate per permettere al cuore del Paese di respirare e correre

Alle partite Iva, ai freelance, al mondo dei professionisti ho dedicato la gran parte della mia legislatura. Cinque anni fa partivamo dal nulla cosmico: zero tutele, zero diritti, e anche zero dibattito. C’erano due milioni di lavoratori, fondamentali per l’efficienza e l’innovazione del nostro sistema Paese, sui quali da tempo si scaricavano solo costi e tasse senza garantire nessuna sicurezza.

Noi non siamo rimasti a guardare, assieme a loro ci siamo rimboccati le maniche e siamo arrivati a risultati allora impensabili. Attraverso la legge 81/2017 abbiamo sanato una frattura storica nel mondo del lavoro, riconoscendo finalmente diritti e valore ai professionisti; abbiamo aperto loro l’accesso ai fondi strutturali europei, dato un nuovo regime fiscale forfettario, abbassato l’aliquota previdenziale Inps dal 33 al 25%. Nell’ultimo scorcio di legislatura, abbiamo messo al sicuro le casse professionali dal rischio bail-in e introdotto il principio dell’equo compenso nei rapporti con i committenti più forti, fra cui la pubblica amministrazione.

Ieri La Repubblica affrontava le preferenze politiche delle partite Iva, dando però poco spazio a queste riforme coraggiose. Non gliene faccio una colpa, la campagna elettorale tocca a noi farla e non possiamo certo delegarla ai giornali.

Voglio soffermarmi però anche sull’altro mondo su cui Repubblica si affaccia, quello degli autonomi artigiani e commercianti. Altri 2,5 milioni di lavoratori, che da soli o in micro e piccole imprese sono il cuore delle nostre filiere e del nostro tessuto sociale. Conosco bene le difficoltà che la crisi (e spesso la burocrazia statale) ha creato loro. Il Jobs act in tanti casi ha permesso di assumere forze fresche, mentre la Nuova Sabatini ha consentito di innovare macchinari e produzione. Togliendo dall’Irap la componente del lavoro abbiamo abbassato un po’ la pressione fiscale: sappiamo che non è abbastanza, ma siamo sulla strada giusta.

C’è un punto sul quale questi due mondi, che si riuniscono nel lavoro autonomo, condividono una mancanza storica: l’assenza di un ammortizzatore sociale nei casi in cui il lavoro, contro ogni impegno e volontà, lo perdi per forza. Anche su questo abbiamo iniziato a invertire la rotta. Dapprima con l’introduzione (e poi la stabilizzazione) della DIS-COLL, il primo sussidio di disoccupazione per i collaboratori, gli assegnisti e i dottorandi di ricerca. E poi nella legge 81, il Jobs act autonomi, abbiamo inserito la possibilità per le casse professionali di erogare prestazioni ai loro iscritti nei casi di drastico calo involontario dei redditi.

Sono primi passi e tentativi, corroborati però pochi giorni fa da una sentenza europea: per la Corte Ue anche il lavoratore autonomo ha diritto ad un ammortizzatore sociale quando perde il lavoro indipendentemente dalla propria volontà. Se con la NASPI siamo arrivati all’universalità di copertura per il lavoro dipendente, un grande obiettivo per la prossima legislatura è che anche tutti i lavoratori autonomi, in caso di disoccupazione involontaria, abbiano una vera protezione sociale. E per tutti, abbattere la burocrazia ed i ritardi del pubblico, espandere il credito d’imposta per investimenti in capitale umano e tecnologico, sono le strade obbligate per permettere al cuore del Paese di respirare e correre.

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