Ma il partito è un’altra cosa

Sicilia

Va ricostruito subito, ce lo stanno chiedendo

Proposta. Analisi. Premessa. Tema: elezioni regionali siciliane. Andiamo al contrario.

Il 5 novembre in Sicilia si è votato, si è perso sonoramente, sì ok, le percentuali sono le stesse di quando si è vinto, ma le analisi sui voti sono sincroniche non diacroniche, e l’analisi dice che abbiamo perso. Ed era una sconfitta annunciata. Poi un lungo silenzio, ingiustificabile, intollerabile, insopportabile. La scorsa settimana, 30 novembre, ho pubblicato sulla mia bacheca il post che leggete in coda, a commento di una foto.

Quasi a seguire, nello stesso giorno, la convocazione della direzione regionale del Pd in Sicilia, e, subito dopo, l’annuncio del rinvio. In mezzo, come se fosse saltato un tappo, una sequela di dichiarazioni e di rimpalli di responsabilità, chiedendo ora la testa di tizio, ora quella di caio.

Ma è accaduto anche altro, e sono le telefonate che ho ricevuto, le riflessioni preziose consegnatami da alcuni, che mi inducono, ci inducono, a riflettere profondamente e a cambiare il tono e il tiro di azioni e pensieri.

Con tutto il rispetto per i miei compagni, amici, chiamiamoci come vogliamo, di partito, mi pare del tutto evidente che prima di far cadere le teste e dar via al balletto dei titoli su eventuali “regolamenti di conti”, ci sia bisogno di una riflessione di merito e di metodo che analizzi sì il risultato elettorale ma che lo consideri all’interno di una cornice che comprenda l’attività del partito negli ultimi anni. Partito? Il Partito non c’è.

Proposta
Parto dalla proposta perché è quella richiesta da molti di coloro con cui ho discusso in questi giorni e in queste ore. Il vero tema è che va costruito il Partito perché non c’è. Vanno nominati organi dirigenti veri, comuni, come luogo della discussione politica e delle politiche e del confronto della classe dirigente che media anche sui temi e non solo sulle liste, le cariche e gli incarichi. Va restituito alle persone e agli iscritti un luogo della partecipazione sui problemi, cosa che è mancata in questi anni. Va ricreata un’organizzazione in tal senso. Un partito o è organizzazione e mobilitazione o non è. In questi ultimi anni è mancata. Il pessimo risultato elettorale nasce anche da questo.

Propongo una gestione unitaria del partito da qui alle elezioni, la creazione di dipartimenti tematici sul modello del partito nazionale e il coinvolgimento in quei dipartimenti di iscritti, elettori, simpatizzanti, portatori d’interesse e, soprattutto eletti: deputati nazionali e regionali e chiunque abbia cariche istituzionali. Tutti insieme a lavorare per il partito, che è istituzione democratica, e farlo lì, non solo legittimamente per le proprie segreterie. Questa la mia proposta. Se non si costruisce il partito come luogo reale di analisi, confronto e produzione delle politiche, che non siano solo orticelli singoli, non riusciremo a superare la giusta diffidenza e la lontananza dei molti che si sono allontanati. Il campo si coltiva insieme e il campo sono le politiche.

Analisi
E’ fuori luogo il rimpallo delle responsabilità da corrente a corrente e da tizio a tizio. Tutti siamo correi e tutti abbiamo avuto intuizioni buone e cattive. Tutte le decisioni sono state votate in organi dirigenti, quindi tutto il gruppo dirigente è corresponsabile. Nessuno di noi può chiedere le dimissioni del segretario regionale, perché quelle decisioni le ha condivise, ma è nella decisione personale e nella dignità politica del segretario assumersi l’onere e l’onore della sua carica, della sconfitta e agire di conseguenza. Senza patemi, è così che si fa, se non lo fa è un problema suo, non del partito.

Analisi del voto: tanti errori ma tante decisioni comuni. Posso dire la mia, come altri possono dir la loro. Ho sempre sostenuto che non abbiamo avuto il coraggio della politica, alla quale io non voglio mai rinunciare. Alcuni di noi hanno sposato il modello Palermo, la ritengo ancora una proposta politica positiva, ma alcuni di noi hanno disapprovato l’individuazione di un candidato non politico. Ero per le primarie. O ero per l’individuazione di un candidato del Pd, o meglio una candidata, Michela Giuffrida. Come tutti sanno, non ne ho fatto segreto. Si è deciso altro, si è votato altro, negli organi dirigenti regionali s’è deciso, non ne faccio parte, ma mi pare si sia votato.

Chi non era d’accordo poteva serenamente fare come è giusto fare: restituire la tessera e fare altre scelte, ma se si era presa quella decisione, per quel candidato doveva votarsi. Anche da minoranza. E dunque quel candidato per me è diventato il migliore possibile. Nulla di personale su Fabrizio Micari, non era sbagliato lui come persona, ma era sbagliato per il ruolo. Tra l’altro è storia che difficilmente un candidato alla Presidenza palermitano venga votato oltrepassando viale Regione siciliana. La responsabilità è comune.

Le liste del territorio: intuizione giusta di Leoluca Orlando che non ha avuto una costruzione adeguata, limite suo e della sua organizzazione, ma che ha avuto il vero e provato sabotamento dentro il partito. La vergogna delle liste del territorio a Messina, a Siracusa e a Enna. Non finisce qui. La vergogna dei candidati finti: 14 voti in tre nella lista del territorio di Agrigento. Quelle liste avrebbero rappresentato una buona raccolta di persone intorno a un progetto. Ha fatto comodo non averlo, a tanti, a troppi. Prendiamocene carico tutti e insieme la responsabilità.

Adesso abbiamo due vie: il racconto infinito delle recriminazioni, la strategia della guerra dei nemici in casa, e invece il progetto delle costruzioni. Per la prima volta nella storia repubblicana abbiamo messo in campo la prima misura universale contro la povertà: i nuclei di famiglie in difficoltà sono in maggioranza siciliane. Per la prima volta si è messa in campo una strategia contro la povertà educativa. I bambini in difficoltà sono soprattutto siciliani. E così la misura resto al Sud, e così i miliardi dei vari patti per il Sud. Ne possiamo parlare? Le possiamo accompagnare? Dobbiamo ridare fiato ai temi della formazione e dell’aiuto ai bambini, ai giovani, alle donne e alle famiglie.

Abbiamo bisogno di un partito, abbiamo bisogno di persone che si organizzino dentro un partito per queste politiche e abbiamo bisogno di unire e mobilitare i siciliani per vincere in qualche modo la guerra contro il rancore. Bene che il segretario nazionale venga in Sicilia per mobilitare intorno al progetto per le nazionali, ma queste discussioni non sono avulse, il partito dell’ascolto dobbiamo essere noi.

Sinceramente molti di noi non vogliono costruire proprio il partito del rancore. E nemmeno vogliono essere chiamati (a volte manco quello), una volta che si sono decise liste e candidati a ricostruire di nuovo l’allegra brigata dei cartelli elettorali. No.

Siamo un partito. E’ un’altra cosa. Cosa significa? Che chiedere la testa di qualcuno, chiunque esso sia, e ottenerla è la meno spesa. In questo momento è la meno spesa, a me personalmente non interessano le teste, non interessano i regolamenti di conti, ma il merito e il metodo e il progetto comune non come somma di segreterie ma come pratica di partito; il partito che si è dissolto e che va ricostruito subito, perché ce lo stanno chiedendo. La mia proposta è sopra, altri ne avranno altre, si discuta su quelle.

Premessa
30 aprile 1982.
Funerali di Pio La Torre.
Luigi Colajanni, vicesegretario regionale del PCI in Sicilia parla con Giovanni Falcone, che era presente ai funerali.
E’ una foto che fa parte della mia adolescenza, avevo 16 anni, andavo al terzo anno delle superiori, in prima liceo, all’Umberto I, mi feci di corsa la strada, da via Parlatore a via Dante per arrivare a piazza Politeama. Arrivai proprio lì, a una ventina di metri da quella foto. C’erano Berlinguer e Pertini sul palco. C’era Falcone sotto il palco.
Questa è la storia della nostra città, ma anche d’Italia, perché la storia della nostra città e delle nostre vite di quegli anni è diventata la storia d’Italia e delle vite di tutti, di tanti di noi, sia quanti ci siamo attivati direttamente nella politica, sia quanti l’avete vissuta da fuori, osservando, se si può essere fuori da tutto ciò, essendo nati e cresciuti a Palermo. Ci hanno salvati quella foto e quelle persone.
Pio la Torre nel 1981, deputato nazionale, chiede di lasciare il Parlamento e tornare a Palermo a fare il segretario regionale per stare nel territorio a combattere contro mafia e missili.
Rinuncia al seggio e lo chiede a Berlinguer, fammi tornare.
Era già stato segretario, nel 1962 si era dovuto dimettere in seguito alla sconfitta elettorale. E lo aveva fatto. Serenamente e all’inizio di una Direzione di partito subito convocata.
E’ un anno intenso, quello dal 1981 al 1982, raccoglie un milione di firme contro i missili a Comiso, la grande manifestazione del 1982 segna una sorta di Woodstock italiana, ero ragazzina, c’ero andata.
Il 29 aprile viene ucciso insieme a Rosario Di Salvo. Un colpo al cuore. Al suo, al nostro.
Il 30 aprile i funerali e qualche giorno dopo, a Palazzo delle Aquile, sede del consiglio comunale di Palermo un ricordo comune dei compagni di partito e dei politici cittadini (nella foto si riconoscono Elio Sanfilippo e Simona Mafai).

Perché mi vengono in testa queste cose?
Perché non è possibile che, a un mese da una sconfitta elettorale alle regionali siciliane, il Partito Democratico siciliano ancora non abbia sentito la necessità di convocare una Direzione per discutere e condividere in maniera normale, dovuta e matura, coi suoi militanti, i suoi dirigenti, i suoi elettori, una sconfitta.
Sta nelle cose, anche Pio La Torre subì sconfitte. Se ne assunse la responsabilità, anche dell’analisi e della discussione.
Non ne sentiamo la necessità? Di confrontarci in Sicilia coi nostri dirigenti, coi tesserati, coi militanti, sotto la bandiera del PD? Va tutto bene?
E non è possibile che mentre c’era chi rinunciava a un seggio alla Camera per tornare nella sua terra a cercarne il riscatto sociale e civile ed economico, senza timore alcuno, mobilitando un milione di persone, oggi si rinuncia ad ogni tipo analisi comune, a ogni mobilitazione, per andarsi a pattiare di qua e di là il seggio per se o per un parente.
Legittimo, dobbiamo riprendere il polso della Sicilia, ma dobbiamo discuterne e ritrovare un progetto comune, candidature chiare e condivise, figure riconoscibili e riconosciute che ci sollevino la testa da un orizzonte troppo limitato e individuale. Non sia una confederazione ellenica di cartelli elettorali la politica, perché la nostra storia è un’altra. Senza partito, senza persone che militano attivamente intorno a temi, senza i temi, che sempre quelli sono, riscatto e libertà, non c’è politica, non c’è democrazia e non c’è parlamento.
E se non si vuol parlar di sconfitte si parli di questo: “La polarizzazione non è solo tra chi gode dei benefici della ripresa, e chi è rimasto indietro, ma anche tra un Nord Italia e una capitale sempre più attrattivi e un Sud che offre sempre meno e che si sta letteralmente desertificando. Tra il 2012 e il 2017 nell’area romana gli abitanti del capoluogo sono aumentati del 9,9% e quelli dell’hinterland del 7,2%. A Milano l’incremento demografico è stato rispettivamente del 9% e del 4%, a Firenze del 7% e del 2,8%. Si spopolano invece le grandi città del Sud, a cominciare da Napoli, Palermo e Catania, dove affonda anche il Pil. Ma va male anche alle città intermedie come Torino, Genova e Bari.” Si parli di riscatto e di libertà.
Non mi si replichi sul personale, il tema è politico, non c’è nessun intento recriminatorio ma solo d’invito. C’è un popolo di gente che vuole esserci. Perché la nostra storia è quella foto, e non è solo nostra, è quella di tanti. Se c’è qualcuno che ancora ha voglia di spendersi in quel modo, il nostro modo, noi ci siamo.
Perché così no, non si può. Non me ne abbia nessuno.

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