Dire addio al liberalismo per tornare alternativa di sinistra

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La terza via, la dottrina “liberal”, ha avuto in Italia gli stessi effetti che ha avuto negli UK: collasso dei Labour e crescita delle destre populiste

Sono sempre stato un elettore del Partito Democratico, e prima ancora di diventare maggiorenne fui uno dei giovani dei DS e sostenitore di Romano Prodi. Ho sempre votato il PD, perché la ritenessi la scelta ora migliore, ora meno peggiore, ma comunque la più ovvia per chi, come me, si definisse progressista e non liberale. Sempre. Tranne nel 2018.

Mi sembra assurdo che, politicamente, molti vertici del PD ancora oggi rivendichino un quinquennio (o meglio, quattro anni) in cui la forza che nasceva come campo aperto dei progressisti alternativo alle destre liberali (ed anche a quelle illiberali) abbia compiuto una, passatemi l’espressione, rivoluzione liberale centrista.

Non si vuole con ciò minimizzare taluno. È un dato di fatto che il primo partito del centrosinistra abbia di fatto promosso ed attuato politiche liberali: non è un’offesa. Diventa un insulto agli elettori ed alla “base” ritenere, tuttavia, se chi è stato eletto per portare l’Italia al riparo delle secche liberali, con programmi e proposte che consentissero il superamento di un habitus economico di stampo capitalistico-liberista comprendendo riforme strutturali nel senso del progresso sociale ed economico dal basso.

Ed invece, per citare un passaggio dell’immenso Signor G., “Il programma liberale è di destra, ma ora è buono anche per la sinistra”. Ma è realmente così?

Il centrosinistra italiano si è fatto forte, per decenni, di rappresentare un’alternativa al “paradiso liberale” proposto dal centrodestra, ed ha finito per attuare moltissimi dei punti non attuati dagli auspici programmatici della coalizione liberale. Ciò con la complice miopia di una classe partitica che, pur di governare, ha ceduto su punti che dovevano essere fermi e risoluti.

Il “Governare non a tutti i costi” di Bersani e Letta del 2013, col quale si specificava che il PD non avrebbe governato se la condizione fosse una denaturazione in senso liberale del programma, è stato fin troppo presto superato.

La buona scuola ha terminato l’opera di disfacimento dell’istruzione pubblica, che invece di migliorare arretra come nella “migliore” tradizione dei governi di centrodestra della seconda repubblica (Riforma D’Onofrio, Riforma Moratti, Riforma Gelmini). Chi scrive, peraltro, è un “Classe 91”, quindi relativamente giovane. Ebbene, quanti di voi ricordano ed hanno ancora negli occhi lo sciopero generale del 30 ottobre 2008? Sciopero che vide in piazza 670.000 insegnanti oltre qualche milione di studenti, protestare contro quella legge che, oltre a peggiorare l’organizzazione scolastica pubblica, ne tagliava anche i fondi.

Il corpus del Jobs Act ha permesso un lento disfacimento delle tutele del lavoro proiettando i prestatori di lavoro e la classe lavoratrice nell’incertezza, nella precarietà e nell’instabilità, pur di dare garanzie ai datori di lavoro. L’effetto è stato, in poche parole, questo: tranciare di netto le possibilità di prospettiva ai lavoratori per dare ossigeno all’imprenditoria. È vero, lo ammetto, che l’Italia necessitava e necessita ancora di un rilancio degli investimenti, ma è altrettanto vero che per i dati attuali, l’80% del PIL nazionale è sostenuto dai consumi. Il problema quindi è che senza misure drastiche che, lottando contro la povertà, portino i cittadini a consumare, l’economia non cresce e gli investitori non sono invogliati a creare posti di lavoro, se la loro attività d’impresa non si tramuta poi nell’acquisto di beni e servizi (e quindi di mercato e consumo interno, sul mercato estero siamo tra i migliori esportatori dai tempi del secondo governo Prodi).

Altro nodo: la mancanza di crescita dei consumi e politiche di contrasto alla povertà. Se è vero, come è vero, che le spese pubbliche in trasferimenti non si tramutano automaticamente in consumi, è anche vero che il coefficiente di propensione al consumo è molto elevato in chi ha poco o nulla. Il frutto dei famigerati e vituperati “80 euro” in busta paga è stato pari a zero proprio per questo: la platea di destinazione non aveva un coefficiente di propensione al consumo tale da garantirne il ricircolo economico nei consumi.

Se, invece di 80 euro al mese in più (frutto di un minor prelievo fiscale) in busta paga, fosse stato reso alternativo il criterio dell’anzianità per il cosiddetto assegno sociale (ampliandone l’accesso anche alle famiglie con ISEE rasente o sotto la soglia di povertà), con una spesa di 13 miliardi– a fronte dei 9,3 spesi – i consumi avrebbero avuto una crescita maggiore, creando un circolo virtuoso che in due anni, massimo, avrebbe riportato l’economia a crescere ed ad ampliare la platea. Invece, la misura ha inciso poco sull’economia e sugli italiani. Perché? Perché è stata percepita da 11,2 milioni di italiani (nel 2015), a 1,7 milioni dei quali non spettava, e mentre a solo 1,6 milioni dei quali il bonus effettivamente spettava. Una misura più forte, effettuata su una platea più ristretta rispetto a 11,2 milioni di italiani (secondo le stime dell’INPS, intorno ai 6 milioni), avrebbe permesso di creare il REI già dal 2016, atteso l’incremento dei consumi molto più forte rispetto a quello effettivamente verificato, con un circolo virtuoso che avrebbe reso un servizio importante agli italiani ed al PIL. Questi sono fondamenti di macroeconomia (con un approccio non in ottica liberale-capitalistica).

Ce ne sarebbero cose da aggiungere, ma qua mi fermo. La verità è che la sinistra ha, negli anni della scorsa legislatura, smarrito sé stessa. Veramente non do torto a chi ritiene che se domattina destassero dal sonno dei giusti personalità imponenti della politica e della filosofia politica che costituiscono le radici ontologiche ed esistenziali del Partito Democratico (e non mi riferisco a personalità marxiste più volte flagellate dal PD del taglio di Gramsci, Matteotti, Togliatti, Berlinguer) come Sandro Pertini, Pietro Nenni, Piero Calamandrei, Giorgio La Pira (il “democristiano rosso”), Aldo Moro, Norberto Bobbio, sicuramente costoro guarderebbero con gli occhi sgranati tra l’orrore e la vergogna le politiche liberali attuate in questi anni. Neppure De Gasperi, che fu Nostro (citando le parole di uno che di sinistra o democristiano di certo non era), si spinse mai così tanto verso il liberalismo nelle sue politiche.

E leggendo in questo sito di informazione parole accostate come “Sinistra liberale”, per usare una espressione forte e colorita, sanguinano gli occhi. Siamo eredi del popolarismo di matrice progressista, siamo figli delle correnti “a sinistra” della Democrazia Cristiana, siamo eredi a pieno titolo del Partito Socialista Italiano e del Partito Comunista Italiano!

Il Partito Democratico nasce da tutte quelle anime, ed è riprovevole parlare oggi di “Sinistra liberale” quando nasciamo come alternativa al liberalismo. Questo è lo “smarrimento” della sinistra, che decantava Gaber nella frase che ho citato prima.
La terza via, la dottrina “liberal”, ha avuto in Italia gli stessi effetti che ha avuto negli UK: collasso dei Labour e crescita delle destre populiste, dapprima con governo di coalizione (con la spinta decisiva dai laburisti liberal a Clegg nello snaturare il suo partito per allearsi con Cameron) e poi con governi autonomi. In Italia siamo al primo passaggio: quando capiremo che dobbiamo cospargerci il capo di cenere, chiedere scusa agli italiani per gli errori e ripartire, non come forza liberale ma come forza progressista e riformista?

Gli italiani non chiedono molto: ci chiedono coerenza. E non credo che, in una dialettica normale, un partito nato come cristiano-sociale, progressista, riformista, socialdemocratico, possa proporsi in alternativa al nulla dialettico e contenutistico come sinistra liberale, di giolittiana memoria. Prima recuperiamo le nostre radici, meglio sarà per noi e per l’Italia tutta, che ritroverà quel faro di speranza che propone altro, sia rispetto alle ricette liberali di un sempre più stantio centrodestra, sia rispetto al nulla dialettico e contenutistico del governo attuale.

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