Pensieri di una giovane che ha votato Sì e ci crede ancora

Opinioni

Ho votato Sì e ho perso, ma non smetto di credere nel coraggio della politica

Grande metafora della vita la politica, mossa dallo stesso principio di piacere che ci anima da quando veniamo gettati nel mondo a nostra insaputa, un principio che tamburella nella testa e nella pancia, voglio tutto, ci dice, e intanto ispira sogni, speranze, a volte solo ambizioni, fino all’incontro traumatico con la realtà in cui sempre soccombe sotto un semplicissimo: no, non puoi.

In politica, però, le cose si complicano ulteriormente. Per passare dalla condizione di vivere come oggetto a soggetto, per trasformarci da comparse a attori della nostra vita, basterebbe – si fa per dire – trovare il nostro posto nella complessa trama delle relazioni umane.

Ma il soggetto che decide in politica è un intricato insieme di storie e di pensiero e di sentire, e anche quando l’obiettivo è comune: rinnovare un sistema ingessato e per questo sotto accusa da parte di tutti, il risultato perseguito è un insieme di risultati possibili. Niente di nuovo, il vecchio gioco della democrazia, certo.

Per questo: viva l’Italia che non sta alla finestra ma che sceglie, come ha detto Matteo Renzi nel suo discorso di addio, con la voce imprecisa, incrinata da un pianto che sembrava prossimo.

A pochi giorni dal Referendum, conosciamo meglio quell’insieme stratificato di voci che si è espresso per un No. Otto giovani, otto studenti su dieci, hanno scelto di votare contro la riforma. Otto su dieci non erano d’accordo sul merito del quesito, o forse più generalmente non si sono sentiti rappresentati da questo governo. La disoccupazione giovanile lambisce il 40% e il welfare è sbilanciato sulle pensioni, come dargli torto.

Eppure alcune misure messe in campo dall’esecutivo si rivolgono proprio a loro, riforma della scuola, leasing agevolato, legge sui reparti di produzione creativa, legge sul terzo settore. E altre riforme, hanno trasformato questi giovani in cittadini di un paese più moderno e, in base all’opinione di chi scrive, più giusto: unioni civili, dopo di noi, legge sull’autismo, divorzio breve, investimenti sull’edilizia scolastica e sulla sanità, bonus bebè, legge contro il caporalato, sugli ecoreati, reintroduzione del falso in bilancio.

Non basta, è ovvio. E infatti non è bastato. Nel suo ultimo discorso Renzi ha anche detto: l’unica chance che abbiamo è scattare, non galleggiare, è credere nel futuro, non vivacchiare. Voglio tutto!, bisbiglia di nuovo dal fondo dell’umana coscienza il principio di piacere. Sì, ma la realtà che cosa offre?, risponde il pensiero critico. E lì, son dolori.

In Disordine e dolore precoce, ultima novella di una sinfonia domestica che Thomas Mann ha scritto dopo la pubblicazione della Montagna incantata, siamo fra le mura di una casa borghese. Il professor Cornelius è un padre severo, solitario, pieno di tenerezze. Prendo una sua frase in prestito: la giustizia non è ardore giovanile o decisione energica e impetuosa, la giustizia è malinconia.

La giustizia è malinconica? Certo. Nella misura in cui non cancella la difforme molteplicità di tutte ingiustizie possibili, ma prova a contenerle e a correggerle piano piano. Deprimente perché vincolata a quel brutto principio di realtà, che come è ovvio è destinato a disintegrarsi davanti alla luce di “voglio tutto e subito perché sono duro e puro”.

Faccio parte, ancora per poco, di quella fascia di giovani dai 18 ai 35 anni che ha votato No. Faccio anche parte dell’esigua schiera che ha interpretato il cambiamento non come crisi di governo, ma come sua azione, scegliendo il Sì e caricandolo di speranze. Non mi vergogno a dire che durante il discorso di mezzanotte avevo gli occhi lucidi per quel fare politica andando contro qualcuno è molto facile, fare politica per qualcosa è più difficile ma più bello.

Jean Cocteau diceva che la a vera politica è come il vero amore: si nasconde.

A questo punto, però, se il vero amore è come un vero trauma e cioè qualcosa che non passa mai, mai del tutto, significa che la voglia di credere in una politica che abbia il coraggio di fare qualcosa, e per questo di scontentare qualcuno (fa parte del gioco), resterà intatta dentro di me, dentro il 40% di chi come me ha scelto il Sì, anche dopo la delusione di un’occasione persa.

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