Per le ragazze che attraversano i deserti

Opinioni

Una donna deve vedersela coi deserti, i mari, le guerre, le carestie –e però anche con gli uomini

Siccome sono lontano, Staino mi ha spedito la copertina di oggi. Non commento la copertina, per non guastare uno dei suoi disegni più belli. Non scrivo dell’8 marzo, per non togliere tempo prezioso a quello che oggi donne di gran parte del mondo dicono e fanno. Racconto dei pensieri che mi sono appena venuti in mente. Ieri, perché il Guardian ha pubblicato un lungo articolo sulle due principali aziende produttrici di abbigliamento ed equipaggiamenti per le avventure estreme. Fui tirato su come un bravo maschio nella devozione all’avventura. I maschi gareggiano in avventure, la cui posta sono le femmine. Oppure i maschi gareggiano per le femmine, e la posta è l’avventura. Le femmine sono rapite e si fa la guerra di Troia, oppure restano a casa e vengono spartite come bottino, oppure filano di giorno e disfano di notte per tenere sulla corda i Proci finché lui torni dalla grande avventura, li faccia fuori e riparta per la grande avventura, da un capo all’altro del Mediterraneo. Le due grandi aziende, che fanno un sacco di soldi ma a quanto pare restano legate all’amore per la natura che ne ispirò gli inizi, sono la North Face e la Patagonia – posso farne i nomi, tanto chi volete che mi legga. I loro testimonial sono campioni magari non celebri per il pubblico comune ma leggendari per chi se ne intende, gente che ha corso 50 maratone in 50 giorni in 50 Stati, come Dean Karnazes, o è salita sull’Everest 7 volte, come Pete Athans. «La North Face vende l’idea dell’avventura – dello spingere i limiti più in là». E la concorrente Patagonia «vende la natura selvaggia, il wilderness, alle masse».

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