Perché conviene credere nei giovani

Opinioni

Si attuino politiche che liberino autentico protagonismo giovanile in quella reciprocità di “diritti e doveri” che esige un’esperienza compiuta di cittadinanza

“Diventa difficile provare passioni. Accese e perfino tristi. Prevale il disincanto. E le passioni si raffreddano. Divengono tiepide. Eppure conviene “credere” nei giovani. Perché, comunque, più di tutti gli altri, “credono” nell’Europa. Perché sono il nostro futuro. E più di tutti gli altri, “credono” nel futuro.”

Così Diamanti su Repubblica ieri, a commento di una ricerca dell’Osservatorio Demos-Coop, che vede i giovani senza fedi e quindi anche senza politica. In queste parole troviamo una  provocazione urgente alla politica, che viceversa non può essere senza giovani. E’ una lettura che sembra non lasciare spazio per la riconciliazione tra questo mondo e le nuove generazioni. Eppure per chi incontra  i giovani tutti i giorni, nelle aule di un’università e nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi da loro abitati, si mostra un volto inedito.

Studiano e progettano il loro domani senza nessuna certezza della forma che questo domani avrà, si confrontano con la paura del fallimento nel coraggio di una resilienza non scelta, ma di fatto vissuta. Vivono in un nuovo equilibrio relazionale tra l’io e il noi: escono dallo schema del corporativismo ma nello stesso tempo percepiscono il fallimento di un protagonismo solitario e individuale. Hanno forme di partecipazione alla vita comunitaria che non sono identificabili con categorie del passato: attenti a questioni di carattere etico e sociale, all’ambiente e a principi di uguaglianza e giustizia fanno esperienza di servizio e volontariato, ma apparentemente ne rifiutano una elaborazione politica. Sperimentano una dimensione di connessione globalizzata e dentro a questa rete incontrano la solitudine. Vivono quindi di contraddizioni e energie che sono tutt’altro che tiepide.

Con questi compagni di strada siamo oggi chiamati come paese a camminare. Per questo il compito nuovo della politica oggi, oltre a incontrare, riconoscere e dare parola ai giovani, è quello di dare forma a queste possibilità, liberando autenticamente  “una sorta di potenziale intatto” che può essere “la riserva di bene inutilizzato di cui disponiamo, l’energia alternativa di una società che ha consumato davvero tutto il resto, … [un’energia] che reclama spazio nella società, perché vuole assumersi responsabilità più grandi” (Laffi, Quello che dovete sapere di me).

Serve uno sguardo nuovo per misurare il “cuore pensante” che abita nelle nuove generazioni. Servono parole nuove e autentiche, che liberino una politica capace di farsi abitare e contaminare dalla novità. Alla partecipazione si affianchi l’idea della contribuzione, che è l’esperienza di un’azione che costruisce nella comunità un valore ed un significato condivisi. La politica è chiamata alla connessione e concretezza, a quell’agire che trasforma gli spazi in luoghi, creando relazioni e tessuto sociale, ponti tra generazioni, esperienze di vita, territori. Si attuino politiche che liberino autentico protagonismo giovanile in quella reciprocità di “diritti e doveri” che esige un’esperienza compiuta di cittadinanza.

Le scelte fatte in questi anni e le direzioni future del nostro agire come partito siano segno quindi di una politica capace di nuova prossimità, per accompagnare i giovani a “concorrere al progresso materiale e spirituale della società”. Forse allora “le passioni tiepide” si trasformeranno ai nostri occhi per quello che sono veramente: il coraggio di una umanità che esige di cambiare paradigma per abitare l’oggi e farsi futuro.

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