Perché i partiti populisti non sembrano risentire degli scandali

Opinioni

Spesso si ha l’impressione che in tema di scandali e questioni morali con alcuni partiti il giudizio degli elettori e dell’opinione pubblica sia più benevolo che con altri. In parte, a volte, dipende anche da questo: che è proprio così.

Può stupire solo gli ingenui che al centro degli scandali sull’uso improprio dei rimborsi previsti dal Parlamento europeo ci siano proprio quei leader e quei partiti, a cominciare dal Front National di Marine Le Pen, che fanno della polemica contro l’avida e corrotta casta eurocratica la loro bandiera. Raramente partiti e movimenti populisti che devono la loro fortuna alla denuncia della disonestà e del malaffare altrui si dimostrano migliori dei loro bersagli. Più singolare è che in genere, quando sono loro a trovarsi invischiati in simili scandali, non sembrano risentirne più di tanto. Non sembra scattare nel grosso dei loro elettori nessuna particolare reazione di rabbia o di delusione. Forse perché, sotto sotto, non si erano mai illusi. Perché la vera ragione dell’adesione a quei movimenti non sta nel significato letterale delle loro parole d’ordine, ma in un’identificazione politica e psicologica che avviene a un livello più profondo.

Spesso si ha l’impressione che in tema di scandali e questioni morali con alcuni partiti il giudizio degli elettori e dell’opinione pubblica sia più benevolo che con altri. In parte, a volte, dipende anche da questo: che è proprio così. E cioè che alcuni partiti riescono ad attivare, almeno per un certo tempo, un processo di identificazione nel loro elettorato tale da portarlo a reagire agli scandali che li coinvolgono con lo stesso spirito con cui un tifoso reagisce a decisioni arbitrali che puniscono la sua squadra: nessuno si indigna per il fallo commesso dal giocatore, tutti se la prendono con l’arbitro. Lo stesso meccanismo psicologico che in altri contesti fa dire ad alcuni: giusto o sbagliato, sto col mio paese (e in altri tempi faceva dire anche: meglio sbagliare col partito, che aver ragione da s oli). Non c’è bisogno di ricorrere a nuove categorie e impegnative riflessioni sulla nuova era della post verità.

La storia recente ci ha già dato molti esempi di come il populismo non si batta con il populismo, di quanto l’idea di potere rovesciare sui movimenti antipolitici gli stessi argomenti che essi utilizzano contro la politica sia infondata e autolesionista. Meno indagata è forse l’altra faccia della medaglia: perché quei partiti, almeno per un certo tempo, sembrino godere di questa sorta di immunità, e perché altri partiti invece non sembrino beneficiarne mai. Eppure in Italia abbiamo avuto già un esempio chiarissimo di una simile dinamica con Silvio Berlusconi, che a inchieste e scandali di ogni genere è apparso a lungo del tutto impermeabile. Anzi, per molti anni e per moltissime tornate elettorali, da ciascuna di quelle disavventure è sembrato trarre addirittura nuova forza, nuove ragioni di consenso e nuovi voti. Piaccia o no, questo meccanismo misterioso di identificazione e repulsione è al cuore della funzione di rappresentanza. Dunque andrebbe preso oggi tanto più sul serio, quanto più appare probabile che il sistema politico italiano sarà presto ridefinito da una legge elettorale più o meno proporzionale, in cui cioè all’imperativo della governabilità si sostituirà quello, per l’appunto, della rappresentatività.

Naturalmente nessuno qui si sogna di affermare che il consenso popolare lavi ogni macchia, che i voti vengano prima del diritto, che la popolarità consenta di violare la legge o ignorare qualunque principio etico o giuridico. Si tratta però di domandarsi se la ragione per cui a sinistra si ha spesso l’impressione di essere sottoposti a un più severo scrutinio morale da parte dei propri elettori non sia quella che spesso ci piace lasciare intendere o persino teorizzare, e cioè che gli elettori di sinistra sarebbero più attenti, più rigorosi o addirittura moralmente superiori agli altri (teoria sbagliatissima, discutibilissima anche sul piano morale, ma che soprattutto non dà conto dei frequentissimi passaggi degli stessi elettori da un campo all’altro), bensì l’esatto opposto. E cioè che, venuto meno o comunque decisamente indebolito il legame di rappresentanza, all’adesione cieca e fideistica di un tempo sia subentrata una radicata e istintiva diffidenza. Ma se così è, si capisce che non c’è difesa o controffensiva che tenga, finché si resti sul limaccioso terreno dei sospetti e delle insinuazioni.

Non ci sarà mai prova della propria irreprensibile condotta o dimostrazione della propria assoluta buona fede che bastino. Fino a quando la sinistra non riuscirà a ricostituire un legame più profondo e più autentico con i suoi elettori e con i suoi stessi militanti, prima ancora che con il resto degli italiani, sarà sempre colpevole fino a prova contraria. E di conseguenza, sempre e comunque «meno colpevoli di lei» risulteranno i suoi accusatori, che si tratti di pubblici ministeri o di avversari politici (o di entrambe le cose).

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