Salvare l’Europa (e l’Italia) dal populismo

Politica

Quali sono i motivi per cui certe idee sono diventate così rilevanti in Europa?

Che senso diamo alla parola ‘populista’? La più evidente e solida caratteristica del populismo è la frattura tra un popolo presuntivamente virtuoso, da una parte, e le classi dirigenti corrotte, dall’altra. I populisti proclamano una profonda (ed erosiva) sfiducia nelle istituzioni, in special modo quelle che, dal loro punto di vista, contraddicono la volontà popolare, come le corti costituzionali, il sistema dei media, la burocrazia, il sistema fiscale. In alcuni casi, come in Polonia, sotto scacco è anche la magistratura.

In molti casi, misure anche banali – basti pensare alla risibile e surreale polemica sul costo dei sacchetti biodegradabili – diventano il trionfo del sospetto dietrologico sui potenziali interessi della classe politica e sulla volontà vessatoria delle istituzioni nei confronti dei cittadini. Parlamenti, consigli regionali e comunali diventano, in questo universo simbolico, le aule sorde e grigie dove il ceto politico dei partiti tradizionali conduce le sue trite liturgie per frodare il popolo.

Molto spesso, inoltre, i media tradizionali – in parte vittime di questo discredito – contribuiscono ad alimentare l’ondata populista, in parte per conquistare sempre più audience tra la generalità degli scontenti, in parte per ricostruirsi a buon mercato una credibilità perduta.

I populisti, poi, professano insofferenza e incredulità nei confronti degli esperti accreditati, accusati a loro volta di compromissione con il potere costituito: basti pensare, in Italia, alla polemica sui vaccini. A questa impostazione se ne affianca un’altra equipollente: l’affermazione della naïveté al comando ovvero l’accettazione del candore superficiale e incompetente alla guida della ‘rivoluzione’: il campionario di sciocchezze e grossolanità pronunciate da diversi leader politici di ogni schieramento sta lì a dimostrarlo.

Tutti i populisti – siano essi di sinistra o di destra – mostrano totale diffidenza nei confronti del libero mercato, della concorrenza, delle imprese private, mentre credono che lo Stato – ovviamente liberato dalle elites nemiche – rappresenti l’unico strumento possibile per garantire i diritti e il benessere del popolo.

I populisti di destra, specialmente diffusi nei paesi del nord Europa, chiamano ‘popolo’ soltanto i membri di alcuni gruppi etnici, mentre gli altri, per lo più stranieri ed extracomunitari, sono considerati i nemici che al popolo tolgono lavoro e risorse. Sul piano economico, sono pertanto nazionalisti e protezionisti e difendono i valori tradizionali. Spesso si affidano a leader carismatici. Il Front National di Marine Le Pen in Francia, il Partito per la Libertà di Geert Wilders in Olanda, l’UK Independence Party di Nigel Farage in Gran Bretagna sono gli esempi più evidenti di questa linea.

I populisti di sinistra, più radicati nei paesi del sud dell’Europa, identificano il popolo nei lavoratori e nei cittadini e il nemico nelle classi dirigenti che gestiscono il potere nelle istituzioni e nelle grandi imprese private. Sul piano economico, difendono la proprietà pubblica dei servizi e delle imprese, promettono redditi minimi garantiti e sistemi pensionistici dilatati, si affidano senza riserve alla spesa pubblica in barba alla tenuta dei conti pubblici, in un mix di pikettysmo e statalismo. Non mancano esempi di questo tipo di populisti in paesi come la Grecia, l’Italia e la Spagna. Basti pensare ad alcune proposte della sinistra radicale antirenziana, ai grillini, a Syriza e a Podemos.

Quali sono i motivi per cui questo set di idee e proposte sono diventate oggi così rilevanti in Europa? Le risposte possono essere diverse. Una di queste, per esempio, è la causa del disagio ‘sociale’, rappresentata dall’ormai famoso “Grafico dell’elefante” proposto dall’economista Branko Milanovic in un rapporto per la World Bank, poi ripreso in un articolo del New York Times, che aiuta a capire chi sono i vincenti e chi i perdenti della globalizzazione, soprattutto da un punto di vista economico e sociale.
Ma c’è un’altra possibile causa, forse meno presente nel dibattito pubblico, ma ugualmente suggestiva: è quella suggerita da due importanti studiosi statunitensi, Ronald Inglehart dell’Università del Michigan e Pippa Norris dell’Harvard Kennedy School, poco sensibili alle tradizionali interpretazioni marxiste o moraliste dei cambiamenti sociali e noti piuttosto per aver approfondito l’influenza della cultura e dei valori immateriali sui comportamenti e le idee.

Secondo i due autori, il fenomeno che – meglio dell’insicurezza economica – spiega bene il successo del populismo è la reazione dei cittadini più anziani e meno istruiti contro le trasformazioni culturali del nostro tempo, ivi compresa l’immigrazione. Il cambiamento culturale, che si manifesta ormai da decenni – precisamente dalla fine degli anni Sessanta – come spostamento dei valori verso il cosmopolitismo e il multiculturalismo, sarebbe dunque una possibile causa scatenante del populismo.

Nonostante l’apparente astrattezza dell’argomento questa ipotesi non pare per nulla peregrina, anche perché, nel discorso pubblico occidentale, gli argomenti di natura simbolica concorrono con quelli economici almeno da una cinquantina d’anni. In sostanza, pertanto, secondo Inglehart e Norris il cambiamento epocale degli ultimi decenni ha spinto “per contraccolpo” molte persone anziane e molti emarginati ‘culturali’ a desiderare il ritorno delle tradizioni nazionali, familiari, sessuali, sociali, anche se, dall’altra parte, il cambiamento delle vecchie strutture socioculturali non era nemmeno compiuto (basterebbe pensare, in Italia, alla questione delle unioni civili e dello ius soli). Si tratta di una tesi molto interessante che merita di essere approfondita ulteriormente.

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