Povertà e diritti: cominciamo dal nido

Opinioni

Non ci fermeremo: chiederemo alla Ministra Fedeli di garantire a tutti i bambini uguali diritti di educazione e di istruzione

Furono i DS nel 2005 con Anna Serafini ad aprire in Italia la battaglia politica per lo ZeroSei, ossia per garantire a tutte le bambine e i bambini del Paese asili nido e scuole dell’infanzia di qualità. Ma la legge di iniziativa popolare per cui furono raccolte 250.000 firme – mobilitazione straordinaria che coinvolse decine di associazioni – non raggiunse mai il Parlamento.

L’obiettivo posto dall’Unione Europea del 33% di copertura dei posti nei nidi d’infanzia per i bambini in età è ben lontano dall’essere raggiunto dal nostro Paese anche nel 2020. Siamo al 12,9%, con divari profondi che come al solito dividono il nord dal sud. Si va dal 26,8% dell’Emilia-Romagna, il 21,8% della Toscana al 2% della Calabria.

Queste politiche sono semplicemente fondamentali per combattere la povertà educativa e materiale dei bambini e delle bambine. La Fondazione Agnelli fotografa in una ricerca esemplare la perfetta specularità tra frequenza di asilo nido e scuola dell’infanzia, livelli di apprendimento nei gradi di istruzione successivi e dispersione scolastica. Le neuroscienze dimostrano come l’educazione in età precoce sia l’unica strada per garantire un vero recupero degli svantaggi di partenza, gli economisti certificano come questi investimenti diano risultati certi nell’incremento dell’occupazione diretta e indiretta femminile e dunque strumento efficace contro la povertà materiale delle famiglie. E se l’occupazione femminile ha raggiunto il traguardo europeo del 60% in Emilia Romagna, mentre in Calabria è pari al Pakistan, non è un caso. Ma ancora, nonostante tutti i Paesi del nord Europa stiano lavorando sul curricolo zero-sei per garantire continuità educativa e didattica, noi ancora oggi releghiamo i nidi d’infanzia a una politica di welfare, del tutto indifferente alla qualità dell’intervento educativo.

Così mentre i Loris Malaguzzi, Duilio Santarini, Bruno Ciari insieme ad amministratori locali lungimiranti fanno crescere queste politiche nel centro nord, il sud è rimasto nel deserto culturale dei diritti dei bambini. Nel 2011 dopo gli anni dei governi di destra il Pd si rimette in cammino con una Conferenza Nazionale sullo ZeroSei a Torino e centinaia di amministratori locali, insieme a pedagogisti, ricercatori e il Gruppo Nidi Infanzia Nazionale, inizia a scrivere un nuovo testo, la legge 1260 che viene incardinata al Senato a mia prima firma e mette d’accordo tutti dopo decine di audizioni. Intanto Matteo Renzi diventa premier, da ex sindaco di Firenze conosce bene l’importanza dei nidi e delle scuole dell’infanzia anche come strumento di vera inclusione e integrazione dei nuovi cittadini, quei figli di famiglie straniere che noi vorremmo italiani grazie alla legge sullo ius culturae.

Renzi inizia a investire nei nidi, già nella legge di stabilità 2014: 100 milioni per l’estensione della rete di servizi educativi. Ma di quelle risorse non arriva un centesimo ai Comuni. Restano nei bilanci delle Regioni. Anche le più virtuose li usano come una partita di giro. Un taglio ai trasferimenti regionali, compensato dall’incremento statale. Nel frattempo arriva in Parlamento il disegno di legge sulla Buona scuola. Ben consapevoli che con il bicameralismo paritario difficilmente le leggi di iniziativa parlamentare riescono a tagliare il traguardo, riassumiamo la legge 1260 nei principi direttivi dando delega al Governo. Michele Emiliano si infervora nella battaglia contro la riforma di Renzi, eh sì, in effetti migliaia di insegnanti precari delle stracolme graduatorie ad esaurimento pugliesi vengono assunti a tempo indeterminato grazie all’investimento straordinario di 3 miliardi all’anno, ma molti a nord, dove ci sono i posti e dove la popolazione scolastica è in crescita (complice anche la presenza dei servizi educativi?). Certamente non potevamo “deportare” i bambini del nord a sud. E così approvata la legge 107 il buon Governatore della Puglia, forte del suo misero 4,3% di posti al nido, nonostante i copiosi finanziamenti ricevuti anche negli anni di Nichi Vendola dall’Europa e dai Fondi del Piano di Azione e Coesione per le regioni obiettivo Uno, decide di ricorrere alla Corte Costituzionale per invasione delle competenze.

Ora, il decreto legislativo di attuazione dello Zero Sei è già pronto a Palazzo Chigi per l’approvazione. Renzi aveva inserito nel Bilancio ben 300 milioni per istituire quel Fondo Nazionale Zero Sei come cofinanziamento da erogare – attraverso l’intesa con le Regioni – direttamente ai Comuni. Nel frattempo la Riforma Costituzionale del Titolo V avrebbe chiarito i poteri tra Stato e Regioni, ma anche quella, grazie al contributo dell’intrepido Emiliano è stata bocciata. E così rischia di ripetersi ciò che accadde nel 2002, quando il Fondo istituito dal governo Berlusconi con l’art. 70 della Finanziaria, fu cancellato nel 2003 dal ricorso delle regioni di centrosinistra accecate dall’antiberlusconismo. La Consulta ha dato torto su tutto al ricorso di Michele Emiliano sulla legge 107, tranne due punti: lo Stato non può definire gli standard qualitativi e organizzativi dei nidi d’infanzia e serve l’intesa per l’edilizia innovativa. Corsi e ricorsi storici. Gli unici a pagare, i bambini. Ma Emiliano forse non sa che quel decreto legislativo era concordato anche nelle virgole con i rappresentanti della Conferenza delle Regioni e dell’ANCI e che ogni dubbio delle insegnanti della scuola dell’infanzia su questa riforma era stato fugato grazie al lavoro di ascolto capillare fatto dal Partito. Le insegnanti delle GAE e delle sezioni Primavera, che progressivamente sarebbero state stabilizzate, contavano sullo zero sei, che avrebbe restituito ore di compresenza anche alla scuola dell’infanzia. Avevamo spiegato che questa “rivoluzione culturale” non sarebbe stata uno “sconvolgimento” dell’identità pedagogica e didattica dei due segmenti. È scritto nel testo, infatti, che la scuola dell’infanzia continuerà a seguire le indicazioni nazionali della scuola del primo ciclo, mentre una commissione ministeriale detterà le linee guida dello zero sei, promuovendo quella continuità educativa di cui hanno bisogno bambine e bambini.

Noi comunque non ci fermeremo. Chiederemo alla Ministra Fedeli di fare quei correttivi al decreto legislativo che servono per garantire a tutti i bambini uguali diritti di educazione e di istruzione.

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