Primarie e autodistruzione

Opinioni

Sarebbe bene dunque che tutti i contendenti si impegnassero fin d’ora a rispettare l’esito del voto, senza utilizzare argomenti impropri

Il congresso si è già dimostrato capace di sterilizzare la scissione e tenere unito il Pd. A patto che nessuno prema il pulsante di autodistruzione. Un congresso vero, che vede competere gli esponenti più rappresentativi di tutte le principali tendenze all’interno del Partito democratico, che chiamerà a decidere prima tutti i suoi iscritti e poi tutti i suoi elettori, è indubbiamente una gran buona notizia non solo per il Pd, ma per l’intero sistema politico (che troppo pochi ne ha, semmai, di partiti democratici).

Di questo dovrebbero dunque rallegrarsi tutti. Per la stessa ragione, però, tutti dovrebbero anche preoccuparsi, almeno un pochino, perché quello stesso meccanismo che oggi ha consentito di evitare in extremis il rischio di una deflagrazione, contenendo e probabilmente già cominciando a riassorbire nella dialettica congressuale gran parte della spinta centrifuga alimentata dalla scissione, contiene anche un punto debole. Diciamo pure un bug. O per essere più esatti: un pulsante di auto distruzione. Il problema è che le primarie, alla faccia di tutta l’orrenda retorica sulla «contendibilità» di un partito che proprio quel meccanismo rende «scalabile» (un linguaggio da raider finanziari che avrebbe dovuto insospettire subito sulla sua solidità, diciamo così, politico-culturale), funzionano solo e soltanto in caso di vittoria schiacciante dell’uno o dell’altro contendente. Che non è, obiettivamente, un difetto da poco.

Sta di fatto che qualora la partita si riveli invece più equilibrata, e lo sconfitto decida di contestare il risultato e chieda il riconteggio delle schede, non c’è nessun modo di venirne davvero a capo. Per la semplice ragione che l’organizzazione del Pd è fatta di militanti che vi si dedicano con incredibile passione e dedizione, ma pur sempre nel tempo libero, e ha dunque tutti i limiti di un’organizzazione fatta di volontari. Si vota su normalissimi fogli A4, che un minuto dopo il conteggio finiscono nella spazzatura. Non ci sono schede pre-contate che si spostano dentro scatoloni sigillati, scortati dalle forze dell’ordine e custoditi dall’autorità giudiziaria.

C’è ovviamente una commissione di garanzia cui si possono indirizzare le contestazioni, ma se uno o più contendenti cominciano a gridare ai brogli e chiedono di ricontare le schede, che può fare? Non si tratta di ipotesi di scuola. A livello locale è già successo, e più di una volta. È il motivo per cui Luigi de Magistris è diventato inaspettatamente sindaco di Napoli, la prima volta, dopo che la guerra tra vincitore e sconfitto delle primarie del Pd si era trasformata in una gigantesca campagna di autodelegittimazione per tutto il partito, che ne uscì ovviamente azzerato (per inciso, e a conferma della tesi, la commissione chiamata a fare chiarezza non ha mai emesso la sua sentenza, per la ragione di cui sopra: che è materialmente impossibile). Preveniamo l’obiezione degli eventuali “nordisti di sinistra” in ascolto: in Liguria è andata anche peggio, con gli sconfitti delle primarie che sull’onda della campagna di contestazione del risultato hanno promosso una vera e propria scissione. È il motivo per cui Giovanni Toti è diventato inaspettatamente presidente della Regione.

La soluzione invocata da molti, le primarie per legge, ha diverse controindicazioni, a cominciare dalla delicatezza di intervenire d’autorità nella vita interna dei partiti (per non parlare della schizofrenia di un dibattito in cui a giorni alterni gli stessi protagonisti prima chiedono il taglio dei costi della politica e lamentano il distacco dei cittadini, poi chiedono leggi elettorali a doppio turno con annesse primarie per tutte le cariche, anch’e ss e ovviamente a doppio turno, con il serio rischio che non rimanga più un solo fine settimana libero). Ma a parte ogni altra considerazione, non è una soluzione che può essere adottata adesso, evidentemente, per il congresso del Pd, che è già cominciato. Sarebbe bene dunque che tutti i contendenti si impegnassero fin d’ora a rispettare l’esito del voto, senza utilizzare argomenti impropri e senza ricorrere alla carta della delegittimazione reciproca, né prima né dopo il voto. Ma soprattutto non dopo.

In altre parole, sarebbe bene che ogni candidato si impegnasse fin d’ora, per amore del suo partito, per rispetto dei militanti e per il bene di tutti, a non schiacciare mai e poi mai, per nessun motivo, il pulsante di autodistruzione. E magari, già che c’è, a immaginare un modo di porre rimedio ai difetti di un meccanismo che oltre a immense potenzialità espansive, che consentono al tempo stesso di allargare il perimetro dei sostenitori del partito e di tenerlo insieme nei momenti più difficili, come abbiamo visto, ha purtroppo non minori potenzialità autodistruttive.

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