Protezione e prevenzione civile

Opinioni

Possiamo consolidare l’edilizia nelle zone sismiche come è stato fatto dopo i crolli in Friuli o in Umbria e Marche, in Emilia Romagna o in Toscana

Si scava ancora sotto la bara di ghiaccio dell’Hotel Rigopiano di Farindola, giorno e notte, senza sosta, con la speranza di poter riportare in superficie altri sepolti vivi. L’emergenza, anzi le emergenze sono tutte ancora in corso in quattro regioni, nel cuore ferito dell’Italia. Per gli esperti internazionali di risk management si sono verificati tutti insieme gli scenari peggiori, con intere città e frazioni dell’Abruzzo letteralmente sepolte sotto venti milioni di tonnellate di neve, ghiacciate da gelate storiche, con abitanti stravolti e atterriti dagli effetti di un terremoto infinito con 45.000 scosse in Italia Centrale in cinque mesi, una ogni cinque minuti circa e le ultime 4 di magnitudo oltre il grado 5° della scala Richter.

Tecnicamente è la tempesta perfetta, fatta di sovrapposizione di eventi impressionanti, che rimette a nudo le nostre fragilità. Diciamo subito una verità. Lo Stato c’è e si vede dal 24 agosto, quando tutti applaudirono l’efficienza dei soccorsi della protezione civile. La ricostruzione dei paesi colpiti “dove erano e come erano”, pur con ritardi da recuperare (non siamo più nell’era Bertolaso degli affidamenti diretti e senza gara ma in nome della legalità bisogna pure andare oltre l’ordinario), è un percorso avviato con risorse certe (7 miliardi previsti) e predisposte. Sono almeno ottomila gli uomini e le donne che soccorrono anche a rischio della vita, coordinati sul campo da Fabrizio Curcio, l’ingegnere nato vigile del fuoco e formato nelle emergenze degli ultimi venti anni, sono militari e civili volontari organizzati impegnati in una prova durissima.

E c’è chi invece si sveglia al mattino e pensa di fare il fenomeno sparando un tweet o alimentando fake contro soccorsi e soccorritori avendo individuato i colpevoli. Questa impressionante emergenza è, per tutti, una lezione durissima, l’ennesima, che impone di di migliorare su due fronti con azioni sistemiche: protezione civile nei territori e prevenzione civile. Perché non sono accettabili sei giorni di black out di energia elettrica in Abruzzo, il più lungo della storia d’Italia a cento chilometri da Roma con case al buio e senza acqua né riscaldamento, frazioni e paesini isolati, l’assenza di mezzi spazzaneve, le turbine ferme per mancanza di conducenti o in riparazione, i buchi nella catena delle allerte. Così come non è accettabile che tre comuni italiani su dieci sono ancora oggi senza piani di emergenza di protezione civile, l’assenza di «piani neve», obblighi visti come meri adempimenti burocratici.

Troppe falle in tanti comuni e in diverse regioni vanno tappate velocemente. Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni ha annunciato il rafforzamento dei poteri del Dipartimento nazionale e il Senato può approvare la legge di riforma della protezione civile già votata alla Camera per farla definitivamente uscire dalla crisi del 2011 quando, in nome della brutale applicazione della spending review, il governo Monti depotenziò una organizzazione già depressa di suo per la scoperta del più vomitevole sistema di corruzione gestito dalle più alte cricche di Stato, con affaristi e ladri che purtroppo non sono quasi mai mancati in ogni emergenza. Se lo scandalo aveva portato, il 5 novembre 2010, alle dimissioni dell’allora capo Guido Bertolaso, ben 5 leggine del governo dei tecnici fecero crollare il sistema prosciugando i fondi per le emergenze, mettendo a rischio capacità di intervento, assistenza alle popolazioni colpite e ripristino dei danni in somma urgenza. Non c’erano più soldi. Il caos fu totale.

L’allora capo Dipartimento Franco Gabrielli, oggi capo della Polizia, era obbligato ad attendere il «previo parere» dell’Economia prima di allertare i soccorritori. E poneva una domanda: «Scusate, ma se una catastrofe capita di venerdì sera, a uffici chiusi, partiamo lunedì?». Ecco quale Protezione Civile trovò il Governo Renzi nel febbraio del 2014: con zero euro nel Fen (Fondo emergenze nazionali), riempito con 249 milioni, e un meccanismo inceppato al quale è stato restituito l’onore perduto. L’altro fronte è la Prevenzione. Siamo un Paese che ha bisogno di aprire gli occhi sull’atroce verità che ci vede tra i primi al mondo per perdite di vite umane e per danni economici da catastrofi naturali. Non esiste un territorio come il nostro, di una bellezza infinita ma con un infinito catalogo di rischi naturali del sottosuolo e di superficie. Lungo la dorsale appenninica non c’è area che non sia sismica, che non abbia vulcani attivi o silenti.

La nostra anima profonda è segnata da tante cicatrici. La nostra identità è fatta di borghi scrigni di storia e cultura che convivono con faglie sismiche, di città universali costruite sulle sponde di corsi d’acqua pericolosi. Questa eredità pazzesca avrebbe dovuto imporre cautela, vincoli, delocalizzazioni, regole, rispetto delle norme, difese strutturali, edilizia sicura. L’Italia invece è tra i pochissimi paesi industrializzati dove la regola del Novecento è stata quella del mantenimento del livello dei pericoli, a volte del loro progressivo aumento dovuto all’intensità dell’edificazione spesso senza alcun rispetto dell’idrografia e della geologia dei luoghi, con il massacro di tanti territori e tanto cemento condonato.

Per la prima volta nella nostra storia nazionale dopo tante lacrime e tanto sangue possiamo prendere la strada verso la massima sicurezza possibile o del massimo rischio accettabile. Possiamo iniziamo a fare ciò che predicano da sempre sismologi, vulcanologi, geologi. Possiamo consolidare l’edilizia nelle zone sismiche come è stato fatto dopo i crolli in Friuli o in Umbria e Marche, in Emilia Romagna o in Toscana. È l’impresa (psicologica e culturale) riuscita al Giappone o alla California che cambia radicalmente il nostro approccio alle catastrofi. Le misure inserite nella legge di bilancio 2017 permettono l’avvio della prevenzione strutturale.

È stato predisposto un super Fondo multi-uso con una dotazione di 47,5 miliardi di euro per gli anni 2017-2032 (art.1, comma 140). Consentirà investimenti a lungo termine per la sicurezza antisismica, il contrasto al rischio idrogeologico, l’edilizia scolastica, le infrastrutture e la viabilità, la ricerca e l’innovazione. E altri 11,6 miliardi di euro sono stati stanziati per incentivi per ristrutturazioni antisismiche e di efficienza energetica: ecobonus e soprattutto il nuovo “sismabonus” condominiale con il quale lo Stato restituisce in 5 anni fino all’85% della spesa. Gli incentivi saranno operativi tra un mese, sono estesi praticamente a tutta l’Italia, alle seconde case e alle attività produttive con la possibilità di cedere il credito d’imposta a ditte che effettuano i lavori o ad altri soggetti, con facilitazioni per gli incapienti. Possiamo rimboccarci le maniche, tutti, e iniziare a mettere fine al vero terremoto che è nell’edilizia la più scadente che ci ha messo in una posizione intermedia fra l’Afghanistan dove le scosse mietono ancora migliaia di vittime, e il Giappone o la California dove per scosse della stessa entità si spaventano tutti ma non muore quasi nessuno.

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