Quelle interviste di Enrico Berlinguer

Opinioni

A 33 anni dalla morte, c’è da riflettere ancora sui suoi pensieri

A 33 anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer, al di là del ricordo dei giorni dell’agonia e del funerale, restano memorabili, accanto agli atti politici, alcune interviste con la “i” maiuscola: da quella sull’ombrello protettivo della Nato (1976) a una delle ultime, del dicembre 1983, dedicata all’utopia negativa di George Orwell.

In essa il leader del Pci, concordando sull’esigenza di recuperare i pensieri lunghi, aggiungeva: il movimento socialista è stato influenzato da un modo di concepire “la storia dell’umanità come un progresso continuo verso traguardi sempre più alti di benessere, di cultura, di democrazia”.

Ciò ha coinvolto la stessa “ideologia capitalistica”. “Tutte queste ideologie si sono rivelate fallaci: non sono mai mancate nel passato, e non mancheranno nel futuro della storia dell’uomo, interruzioni brusche, rotture, anche involuzioni”. E indicava esempi concreti al riguardo: “No, io non vedo solo il pericolo della passività. Piuttosto segnalerei il pericolo di nuove espressioni di fanatismo ideologico o religioso che possono, in qualche Paese, prendere il sopravvento”. Ciò può toccare lo stesso Occidente.

E subito dopo una domanda a suo modo profetica: “Negli ultimi anni non si è andata diffondendo, in più di uno Stato, una forte ventata di nazionalismo?”.

E come restare indifferenti rispetto alla lucidità di Berlinguer dinanzi ai sommovimenti sociali, al di là delle scelte politiche e degli errori compiuti? “Credo che dobbiamo ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso specifico della classe operaia tradizionale”.

Con ciò muore anche la principale spinta al cambiamento? “Secondo me non è così”. A condizione di riuscire a individuare e coinvolgere “altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori”.

E ancora: “La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternativa alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone”.

La società e il mondo sono profondamente mutati da allora, ma queste parole mostrano come ai leader e alle forze politiche non debba far difetto la capacità di visione, pur con tutte le contraddizioni proprie della vita.


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