Quelli che… attaccano la globalizzazione

Opinioni

I tempi richiedono inevitabilmente strategie di cooperazione «win – win», «vinco io e vinci tu»

La globalizzazione è sotto attacco. Che è come dire che è sotto attacco l’aria che respiriamo. Magari non sarà purissima, ma la respiriamo e a scuola ci hanno insegnato che respirare è un atto muscolare automatico ed involontario. Coloro che attaccano la globalizzazione attaccano insieme il cosiddetto neoliberismo, scambiando la causa con l’effetto. La globalizzazione non è prodotta dal liberismo né da alcuna altra ideologia.

È il risultato dell’innovazione tecnologica, in particolare delle tecnologie di comunicazione e di trasporto. Dalla scoperta dei nuovi continenti al piroscafo a vapore e a tutti i successivi mezzi di trasporto, dalla rivoluzione industriale al telegrafo, alla telefonia fino a internet, i computer e gli smart phone. Ciò che accade in ogni parte del mondo viene in pochissimo tempo portato a conoscenza di tutti, le innovazioni si diffondono alla velocità della luce e non sono nemmeno prerogativa di alcuno, essendo in grande parte replicabili.

Fermare tutto questo è come cercare di svuotare il mare con la peletta. Nessun regime, a meno di prendere come esempio la Corea del Nord, l’ultimo esempio di società completamente chiusa, può riuscire nell’impresa. Il crollo del Muro sta lì a ricordarcelo. Oggi la globalizzazione sposta la ricchezza in nuove aree del mondo. Ma fino alla seconda guerra mondiale globalizzazione significava soprattutto dominio coloniale delle grandi potenze, che consideravano le colonie come il giardino di casa propria.

Le forze produttive nuove e la decolonizzazione hanno imposto il cambio dei rapporti di produzione, ivi compresi gli istituti giuridici che li sovrintendono. Il cosiddetto neo-liberismo, la libertà di commerciare e di avere una competizione su scala mondiale, se confrontato con il colonialismo, il nazionalismo, il protezionismo appare di gran lunga come il regime più democratico e che offre le maggiori opportunità a tutte le aree del mondo. Questo ha comportato anche sofferenze per le classi sociali più esposte alla concorrenze nei paesi dell’Occidente.

Alcune realtà economiche hanno saputo reagire aumentando il loro export, la qualità dei prodotti e l’innovazione tecnologica. Altre, più passive, seguono claudicando e invocando misure protettive. Ho più di un dubbio che esse possano essere efficaci, se tal ricetta è costituita da slogan del tipo «L’America prima di tutto, la Francia prima di tutto o l’Italia prima di tutto».

Per due motivi. In primo luogo perché si tratta evidentemente di un gioco a somma zero. Quando tutti avranno deciso di mettere il proprio paese al primo posto, con dazi e altre misure protezioniste, i vantaggi relativi di chi comincia per primo si azzerano reciprocamente con in più lo svantaggio della perdita dei benefici derivanti dalla libertà di scambio e di commercio. In secondo luogo perché nel gioco di ruoli provocato dalla globalizzazione, dove gli attori sono assai numerosi, è impossibile per chiunque pensare di influenzare le posizioni degli altri partendo solo dal proprio particolare.

Ci si può rinchiudere certo, ma questo porta in un tempo medio inevitabilmente più ad essere vittima che attore. «Praticare il protezionismo è come chiudersi in una stanza buia. Mentre il vento e la pioggia potranno essere tenuti al di fuori, la stanza buia bloccherà anche la luce e l’aria. Nessuno emergerà come vincitore in una guerra commerciale».

Parole del presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping a Davos. Si può invece cercare di governare i processi di globalizzazione. Ma non sulla base del «vinco io e perdi tu». Il mondo non è più quello dell’epoca coloniale e nemmeno quello del potere forte americano, in grado di imporre scambi ineguali. I tempi richiedono inevitabilmente strategie di cooperazione «win – win», «vinco io e vinci tu». Purtroppo ci metteremo tempo a riscoprire che questa è l’unica strada. Può essere un tempo lungo dominato da sentimenti incontrollabili. Speriamo che non sfocino in tragedia

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