Vi spiego la character assassination guidata da Travaglio

Opinioni

Un po’ di tritacarne mediatico-giudiziario è il destino prevedibile cui va incontro chiunque dia una gomitata allo status quo

Come al solito si cerca di surrogare la soluzione di un problema sistemico – e il sistema cui si fa riferimento è quello creditizio, torbido sin dalla notte dei tempi – nella character assassination del singolo, nella fattispecie di Maria Elena Boschi.

Non si tratta di un linciaggio di matrice sessista (leggere la vicenda come tale significherebbe obbedire a un riflesso pavloviano, riflesso più che mai irresistibile oggi, in piena era post-Weinstein) ma, peggio, della liturgia del capro espiatorio, barbarico corso e ricorso della storia d’Italia. Certo, non è escluso che nell’ambito di tale operazione vengano adoperati strumenti pescati nell’armamentario del peggior luogocomunismo sessista: Marco Travaglio, commander in chief della crociata contro la sottosegretaria, l’anno scorso ha scritto e interpretato una piece teatrale – imbarazzante a livello “drammaturgico” e tendenziosa, per dirla con un eufemismo, su quello dei contenuti – nella quale la stessa veniva raffigurata in abiti succinti e con la prossemica tipica della poco di buono.

Ma la derisione di stampo sessista non è un movente, è un mezzo (deplorevole, beninteso) scelto in quanto più remunerativo ed efficace di qualunque altro ai fini della demolizione mediatica di un politico di spicco di sesso femminile.

A pentastellati e antirenziani assortiti non importa nulla del benessere del sistema creditizio o della sacrosanta domanda di giustizia che giunge dai risparmiatori truffati: il loro preminente ed esclusivo interesse è quello di strumentalizzare la vicenda a fini elettorali, altrimenti non capovolgerebbero sistematicamente le parole dei testimoni auditi in commissione perché possano essere usate come un’arma contundente contro Boschi e tutto l’inner circle renziano – altrimenti, a dirla tutta, non fomenterebbero né avallerebbero la tempesta mediatica e politica abbattutasi sul caso Etruria, vicenda marginale nell’ottica della crisi bancaria. Non è benaltrismo, né si tratta del tentativo di minimizzare o relativizzare la vicenda nel solito “così fan tutti”: così, in realtà, non fa nessuno, e soprattutto non ha mai fatto nessuno, nessuno o quasi nella storia dell’Italia repubblicana, neppure i nomi storicizzati nel pantheon primorepubblicano che beneficiano di idealizzazioni post-mortem e, per dirla con gli psicologi, di “retrospezione rosea”.

Durante la Prima Repubblica ingerenze, lottizzazioni e cooptazioni non erano pratiche tollerate, ma un modus agendi istituzionalizzato, ordinaria amministrazione – in qualunque settore –, durante la Seconda il tentativo di modernizzare il sistema d’intermediazione finanziaria ebbe esiti omeopatici (e cioè pressoché nulli) e, a dirla tutta, il conflitto d’interesse di Silvio Berlusconi e più generalmente i suoi interventi a gamba tesa, inclusa la celeberrima telefonata in questura goffamente motivata quale tentativo di evitare un incidente diplomatico, erano tali da suscitare a ragione perplessità diffuse nella comunità internazionale (un breve inciso: chi scrive non s’è mai lasciato sedurre dalle sirene della militanza antiberlusconiana, dai più spacciata come impegno civico e dunque apolitico o prepolitico contro un tiranno abusivamente insediatosi a Palazzo Chigi, trattandosi in realtà di un piano di politicizzazione della giustizia e perfino della morale finalizzato a far fuori con strumenti extra-elettorali un avversario politico, di più: un nemico).

Adesso invece c’è il giglio magico, che – stando a quanto trapela proprio nell’ambito dell’affaire Etruria – ha inaugurato uno “stil novo”, giusto per dirlo con un’espressione mutuata dalla storia della letteratura e appropriata alla provenienza geografica dello stesso: la “discrezione” con la quale hanno gestito la vicenda, gestione che mai ha esorbitato il fisiologico interessamento ad affari del “territorio” di deputati ivi eletti, senza la benché minima pressione (parola chiave delle audizioni in commissione) perché famigliari e amici potessero beneficiare di trattamenti di favore, è qualcosa d’inedito nel Paese del capitalismo di relazione e
delle rendite di posizione blindate in aeternum, uno “stil novo”, per l’appunto.

Qual è la colpa di Renzi e i suoi, dunque? Quella di aver tentato di ripristinare la centralità della politica, sia “formalmente“, tramite una riforma costituzionale bocciata in seguito alla mastodontica mobilitazione di un apparato propagandistico partecipato da soggetti eterogenei (una grande chiesa che andava da Gustavo Zagrebelsky a Matteo Salvini, giusto per intenderci), sia sostanzialmente, con una leadership spregiudicata e l’uso sapiente di espedienti antiostruzionistici per smuovere un sistema congelato.

Un po’ di tritacarne mediatico-giudiziario è il destino prevedibile cui va incontro chiunque dia una gomitata allo status quo, i guardiani del quale si attivano immediatamente per impostare una controffensiva come si deve, con le solite armi: giustizia spettacolarizzata – o, come nel caso Boschi, neanche un avviso di garanzia, commissione d’inchiesta, ad personam, a torto o ragione definita un autogol: i doveri di resocontazione e pubblicità della seduta risparmiano perfino la fatica di violare il segreto istruttorio –, accesso prioritario e primo posto garantito per settimane in agenda setting, folla manzoniana che urla “crucifige!”, antagonisti politici che ne approfittano salvo poi invocare la presunzione di non colpevolezza per loro e gli amici loro, genitori indagati (visto che il new deal renziano è anche e soprattutto scontro generazionale) e depistaggi di stato, gravissimi – conosciamo la prassi, insomma, una prassi molto poco conforme al normale funzionamento di una democrazia liberale.

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