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Il rilancio del PD parte dallo Statuto e dal nostro coraggio di cambiare

Il partito democratico è l’ultimo partito, inteso in senso classico, rimasto in Italia. Questa caratteristica spesso lo espone a forti critiche provenienti, paradossalmente, solo in parte dagli avversari politici.

Secondo alcuni il problema del PD sarebbe il PD stesso, ovvero il fatto di essere nato una fusione a freddo mai andata a buon fine, perché incapace di mettere d’accordo le due anime originarie ex democristiana ed ex comunista. Secondo altri il problema del PD sarebbero i suoi dirigenti e il loro essere litigiosi, rancorosi, egoisti e vanesi.

Certamente in entrambe queste considerazioni c’è un fondo di verità, ma sorge il dubbio che non siano sufficienti ad analizzare la situazione. Provando ad allargare lo sguardo oltre le considerazioni a caldo, emerge che il primo problema del PD risiede proprio nella premessa di questa riflessione, ovvero nel fatto di essere rimasto, mentre il mondo intorno cambiava, un partito in senso classico e tradizionale del termine.

Il PD è infatti ad oggi l’unico partito italiano che conserva intatta una struttura interna democratica e territorialmente radicata. È l’unico luogo in cui per prendere una decisione è necessario convocare gli organi assembleari e confrontare la propria linea con quella degli altri (che poi significa dialogo fra maggioranza e minoranza ma diventa, mediaticamente, il famoso “non siete mai d’accordo”). È l’unico luogo in cui la leadership è contendibile ad intervalli regolari (i congressi) e il voto è aperto anche a simpatizzanti ed elettori non iscritti.

Questi elementi fondanti e fondamentali del PD, in mezzo a forze politiche che funzionano in tutt’altro modo, rischiano di diventare delle zavorre se non governati, aggiornati e ben gestiti. Quest’anno lo statuto del Partito Democratico, votato dall’assemblea costituente del 2008, compie ben 10 anni che, nella contemporaneità accelerata in cui viviamo, sono tantissimi. Pur essendo stato più volte riformato, esso fu pensato per un sistema bipolare, per un partito largo a vocazione maggioritaria e per un quadro in cui militanza politica e consenso elettorale si comportavano come cerchi concentrici e quasi coincidenti nella loro ampiezza. In questi anni invece, la circonferenza della militanza si è fatta sempre più piccola (vedesi riduzione degli iscritti) e quella del consenso elettorale sempre più sfumata (con elettori che vanno e vengono da una consultazione elettorale all’altra e non da un ciclo politico all’altro, ovvero cambiano schieramenti ogni volta che si torna alle urne anche se si vota per livelli diversi fra loro come politiche, europee o regionali).

Di per sè la struttura democratica del PD resta comunque un elemento fortemente positivo: essa infatti è all’origine di forza che, per quanto divisa al suo interno, rimane l’unica a generare una classe dirigente che abbia un sincero rispetto delle istituzioni democratiche e della politica. Allo stesso tempo, peró, è così che il PD si incastra nel suo ingrato destino di forza responsabile, sulla cui serietà tutte le altre forze politiche banchettano e speculano.

Inoltre, in un sistema mediatico dove due competitor elettorali possiedono il dominio di alcuni importantissimi mezzi di comunicazione come i canali televisivi di Silvio Berlusconi (con cui ha aiutato anche l’alleato Salvini, tanto da dover chiudere alcuni programmi eccessivamente populisti all’indomani delle elezioni) e le piattaforme di informazione sul web della Casaleggio Associati, il PD finisce per essere sempre in svantaggio.

A questo bisogna aggiungere che viviamo in un’epoca dove sia i corpi intermedi sia i luoghi di aggregazione sono in forte crisi ed è più probabile intercettare le persone davanti alla TV o a Facebook, che non in un qualsiasi luogo del mondo reale. Ultimo elemento, ma non meno importante, è il fatto che in tutte le altre forze politiche le decisioni vengano prese da un unico soggetto o da gruppi ristrettissimi, non eletti democraticamente e senza scadenza regolare per il rinnovo dei mandati.

Si fa quindi sempre più urgente una riflessione sulla struttura del PD alla luce dei cambiamenti del sistema politico italiano avvenuti in questi anni; d’altronde, come Darwin insegna, la specie che sopravvive non è quella più forte, ma quella che meglio si adatta al cambiamento. Per difendere i nostri valori fondanti sarebbe forse più utile aggiornare i nostri strumenti, invece che ostinarsi a contrapporre la forza degli hashtag alla nostalgia di epoche mai vissute.

Impegnamoci per innovare la struttura del partito con meccanismi nuovi che ci chiamino ad una responsabilità collettiva verificata e verificabile, perché se lavoriamo prima sulle regole della nostra convivenza comune, la forza delle leadership verrà poi di conseguenza.

Serve un nuovo patto fondativo alla base del Partito Democratico, che innovi i suoi meccanismi interni e coinvolga tutti in un nuovo orizzonte comune. Serve discutere dell’adeguatezza dello strumento delle primarie sia per la segreteria sia per eventuali ragionamenti di coalizione, serve valorizzare il coinvolgimento degli iscritti attraverso strumenti referendari, serve ammodernare la nostra presenza online e usarla magari anche per raccogliere stimoli e proposte, serve sciogliere il nodo del finanziamento, serve ripensare la funzione dei circoli in questa società, serve imparare a costruire una strategia comunicativa condivisa che limiti le uscite personalistiche.

L’alternativa a questo lavoro è restare bloccati così come siamo ora, dando la nostra credibilità in pasto alla leggerezza di chi non fa niente per il PD ma trova sempre il tempo di individuare in esso la radice di ogni male.

 

*componente Direzione nazionale Pd

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