Senza Francia non c’è Europa

Opinioni

Io coltivo la speranza che i francesi non si facciano sequestrare il voto dalla paura, come vogliono i terroristi e le forze xenofobe, che sappiano scegliere ancora una volta l’Europa

Il valore di un voto titola un preoccupato editoriale del direttore di Le Monde che definisce queste presidenziali «hors norme», ovvero fuori dalla norma. In questo lungo anno elettorale (oggi la Francia, poi la Germania e il Regno Unito) tocca ai nostri “cugini”dire la prima parola. E sarà una parola pesantissima, anche per il destino della più grande conquista della nostra vita dopo la guerra: l’Europa unita.

Si va al voto tra i foschi bagliori degli attentati islamisti, si va al voto mentre la destra alza il tono dello scontro e parla esplicitamente di muri, di pugno di ferro facendo riaffiorare quegli accenti xenofobi che erano stati il marchio di fabbrica del primo Fronte nazionale di Le Pen padre insieme a un insopportabile olezzo di antisemitismo e di difesa del collaborazionismo coi nazisti. Il terrorismo jihadista gioca sulla scena francese con il sangue degli attentati e delle aggressioni.

Qualcuno, a ragione, ha scritto che l’attacco degli Champs-Elysées è stato il loro voto. L’obiettivo è quello di impedire ogni forma di integrazione, ogni convivenza, di trasformare milioni dei francesi in nemici agli occhi dei loro concittadini e quindi di rompere quel nodo di fratellanza che è scritto nel Dna di questo paese.

L’ obiettivo è un mondo fondato sulla paura e sulla divisione. È un voto complesso perché le vecchie forze politiche che da sempre danno voce agli schieramenti contrapposti sono in crisi e (salvo smentite clamorose rispetto ai sondaggi che in quel Paese si fanno ogni giorno fino all’apertura dei seggi) non andranno al ballottaggio. Perché diventa incerto anche il secondo turno di ballottaggio in cui non si sa più se quello spirito repubblicano che ha sempre ricomposto gli elettorati anche in momenti di contrapposizione e di litigio scatterà, perché la campagna è stata giocata in gran parte sui temi dell’Europa e della sua sopravvivenza.

L’Unione è già claudicante e ferita (non senza proprie colpe, è ovvio) e la vittoria di forze antieuropeiste significherebbe il declino definitivo se non la immediata frantumazione. Se avevamo bisogno di una conferma della crisi della politica e persino della fragilità della democrazia moderna il voto dei francesi ce l’ha data. A sinistra la parabola socialista è drammatica: il candidato Hamon non è mai stato in gioco e i sondaggi lo danno lontano dal 10%. Il Ps paga un prezzo altissimo per il quinquennio di Hollande e dei suoi governi che ha coinciso con una lunga fase di stagnazione economica e con un indebolimento complessivo dell’immagine della Francia sulla scena internazionale.

Lì come altrove si sta consumando drammaticamente la frattura tra sinistra e popolo. Frattura pericolosa per la democrazia. Eppure la Francia non è certo un Paese instabile e non vive una crisi economica drammatica come quella che l’Italia ha dovuto affrontare a partire dal 2008 e inasprita dal 2012. Questo però non ha salvato anche questo grande Paese da una più profonda erosione, quella della fiducia e della credibilità agli occhi dei cittadini delle istituzioni e degli “attori politici” tradizionali che non hanno mostrato di dare segnali di cambiamento. La destra si è rifugiata in un candidato come Fillon, un conservatore per nulla laico, chiuso e incapace di guardare oltre i confini tradizionali del suo elettorato.

Così ha lasciato il campo a una destra che cavalca qualunque scontento e i sentimenti di insoddisfazione sociale e di allarme o paura. I socialisti, vista spegnersi la stella di Hollande, hanno poi visto allontanarsi il riformista europeista Macron, convinto che andare al voto sotto le insegne di quel partito sarebbe stato come dichiarare la resa e alla fine hanno scelto un candidato identitario alla Corbyn, che nei consensi si è fatto persino scavalcare “a sinistra”da Mélenchon. Stasera sapremo come è andata, almeno come è andato il “primo tempo” di queste elezioni che (straordinariamente) hanno quattro candidati diversissimi tra loro racchiusi nei sondaggi tra il 23% di Macron e il 19% di Mélenchon.

Da qui a quindici giorni il ballottaggio ci dirà definitivamente che strada ha preso la più vecchia democrazia europea. Io coltivo la speranza che i francesi non si facciano sequestrare il voto dalla paura, come vogliono i terroristi e le forze xenofobe, che sappiano scegliere ancora una volta l’Europa. Ma è una speranza che si coltiva soltanto cercando di comprendere e di guarire i mali e le incertezza della nostra democrazia, rispondendo ai bisogni dei cittadini specie quelli più in difficoltà, suscitando cambiamenti reali e – magari – rinnovando qualche ideale e qualche sogno collettivo.

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