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Oggi, il Sessantotto e la prima Repubblica

Come non soffermarsi per un istante su ciò che propone oggi Biagio de Giovanni sul quotidiano Il Mattino? Aldo Moro, sostiene il filosofo, coglie che con il Sessantotto la società non è più quella del dopoguerra. Da qui l’apertura al Pci. Il partito di Enrico Berlinguer, pur attraversato dalle nuove spinte giovanili e popolari, si pone, però, lungo il solco della linea togliattiana ed elabora l’idea di “un nuovo, grande compromesso storico”, dopo quello della Costituente. Sia alla Dc che al Pci sfuggono il senso e la portata del nuovo corso socialista degli anni Settanta: si guardi alle analisi messe a fuoco da Mondoperaio o alla leadership di Bettino Craxi. Un nuovo corso che interpreta ed esprime in misura considerevole proprio i fermenti e i sommovimenti dell’Italia di quegli anni (non dimentichiamo fra l’altro che proprio Craxi, nel 1976, viene eletto segretario del Psi in nome dell’alternativa di sinistra).

A de Giovanni, poi, non sfuggono la dimensione umana della vicenda di Moro e il valore culturale e la profondità delle lettere dalla prigionia del grande leader. E non sfuggono, più in generale, quel misto di ragioni e di irrazionalità che caratterizza la politica (e la vita), la sua violenza, la sua tragicità.

Con l’assassinio dello statista democristiano si conclude di fatto anche la prima Repubblica, così come con la morte sul campo di Berlinguer è destinata a spegnersi l’esperienza politica del Pci. E gli errori e le contraddizioni degli anni Ottanta conducono il Garofano rosso all’implosione.

Vicende lontane, si dirà; come lontana appare l’iperpoliticizzazione della vita (e della morte) propria di quegli anni. Eppure, a ben guardare, alcuni dei nodi attuali del centrosinistra affondano le radici proprio in quelle vicende. Tommaso Nannicini nota con acume, ad esempio, come il Pd faccia fatica a donare senso e coerenza alle sue singole proposte, ai suoi singoli atti. Da qui la distanza emotiva da molti cittadini, la difficoltà a porsi in sintonia con loro. Riemerge qui la questione del rapporto fra politica e società, tanto cara a Moro. E si ripropone il tema del partito come momento e luogo, fra l’altro, di elaborazione di spinte provenienti dal basso: un ruolo svolto negli anni Settanta, per certi versi, dal Psi e dalla stampa socialista. Un ruolo lasciato in gran parte scoperto.

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