La sinistra europea di fronte alla sfida del populismo sovranista

Opinioni

A Vienna un incontro promosso insieme dal Karl Renner Institut e da Policy Network

Se la sinistra europea non vive una stagione particolarmente felice, tra sconfitte recenti (come quelle dei socialisti in Francia e Olanda) e possibili sconfitte prossime venture (si vedano i laburisti in Gran Bretagna e i socialdemocratici in Germania), la rete informale dei suoi think tank si interroga apertamente sui temi che dividono il campo progressista e sui suoi stessi confini politici e culturali.

E’ accaduto a Vienna, in un incontro promosso insieme dal Karl Renner Institut (la fondazione dei socialdemocratici austriaci) e da Policy Network (il think tank britannico nato negli anni di Tony Blair e impegnato da anni nella modernizzazione della cultura politica del laburismo).

Tra i partecipanti (che non potremo citare alla lettera, in omaggio alle “regole di Chatham House” che hanno regolato il seminario) l’architetto del blairismo Peter Mandelson, il leader della sinistra olandese Lodewijk Asscher, uno dei principali consiglieri dell’appena riconfermato segretario del PSOE spagnolo Pedro Sanchez, il responsabile delle politiche fiscali del governo portoghese Fernando Rocha Andrade ed esponenti di think tank progressisti come France Stratégie, lo svedese Arena Group, l’Istituto Tedesco per la Ricerca Sociale, il Lisbon Council e altri ancora.

Molti nomi, molte istituzioni e un unico senso di smarrimento di fronte all’urgenza di rinnovare le ragioni dello stare insieme per una sinistra europea che sembra avere smarrito le sue tradizionali fondamenta. Si prenda ad esempio il tema della libera circolazione delle persone, a proposito di fondamenta progressiste, intorno al quale è ormai evidente una sorta di contrapposizione geografica tra socialisti dell’Europa settentrionale e i loro omologhi dell’Europa meridionale: laddove i primi si dichiarano ormai favorevoli all’introduzione di limiti all’immigrazione di cittadini provenienti dagli stessi paesi dell’Unione europea, in nome della necessità di frenare il dumping salariale (“dobbiamo frenare la corsa al ribasso degli stipendi dei nostri lavoratori provocata dalla libertà assoluta di movimento dentro i confini europei”).

Altrettanto significativa la discussione sullo spettro della “fine del lavoro” come conseguenza dell’innovazione tecnologica, che in alcuni esponenti progressisti provoca un’apertura verso il tema del reddito universale di cittadinanza e in altri un assai più convincente rilancio dell’obiettivo della piena occupazione (“perché dobbiamo sempre ricordarci che è solo dal lavoro che si hanno i maggiori benefici, economici oltre che di dignità, per chi ha meno risorse”, come ha ricordato un esponente britannico).

Significative le divisioni, ma altrettanto rilevanti le convergenze su alcuni capisaldi storici della famiglia progressista: l’urgenza di rilanciare la mobilità sociale (in crisi non soltanto in Italia ma nella gran parte delle economie continentali), gli investimenti in politiche educative come migliore leva di eguaglianza di opportunità, l’impegno per la giustizia fiscale.

Su tutto – e si è forse trattato del dato più significativo dell’intero seminario – la discussione sul convitato di pietra Emmanuel Macron: formalmente non appartenente alla famiglia politica dei progressisti europei, ma già capace di agitarne le acque con un’agenda di governo che chiama apertamente la sinistra europea ad allargare i propri confini politici e culturali.

Da più parti – e non solo da chi scrive – è stata sottolineata l’affinità tra l’agenda Macron e l’esperienza riformista del Pd di Matteo Renzi, con un’attenzione particolare a temi come il governo politico dell’Eurozona, la necessità di un controllo più democratico e trasparente delle politiche comunitarie, la centralità della crescita economica come strumento per disporre di maggiori risorse pubbliche.

Non tutti d’accordo, naturalmente, sulla necessità di spingere il campo del progressismo europeo in questa direzione. Ma era palpabile la sensazione che, presto o tardi, quel campo debba mettere in discussione certezze ideologiche non più sufficienti a garantirne la sopravvivenza politica, soprattutto di fronte alla sfida del populismo sovranista.


 

card_nuova

Vedi anche

Altri articoli