Sono come noi, siamo noi. Riflessioni sul pasticciaccio della Rai

Opinioni

Non è un’esagerazione condannare le frasi irripetibili sulle donne. Se la riteniamo tale siamo il problema, non la soluzione

Scrive Gramellini sul suo “Caffè”: “La conduttrice del programma Paola Perego ci ha rimesso il posto. Applicando lo stesso trattamento ai tribuni politici che da anni gargarizzano intorno ai pregiudizi di genere e razza, si profilerebbe una strage”.
E tutti siamo in pace, contenti per i “cattivi” puniti, che non siamo noi mai, ovviamente.

E conclude che lo stesso trattamento, e io concordo, andrebbe riservato ai tribuni politici quando si profondono in simili gargarismi.

Perché “i cattivi” sono anche loro.

Come dimenticare le perle di Salvini, o di Trump, o del siculo deputato Pippo Gianni il quale si profuse in un ormai celeberrimo in Sicilia “minchia queste donne in politica!”, impresa per cui rischia di rimanere nel ricordo di tanti e non certo per il suo inesistente contributo politico alla crescita dell’isola?

Però vi chiedo, miei cari venticinque lettori, ci dobbiamo limitare ai  “tribuni politici”? Significa non vedere e capire una realtà ben più complessa.

E ai giornalisti, alle redazioni dei giornali, ai medici, all’uomo della strada, all’avvocato, al tabaccaio, ad altri, attenzione, attenzione, donne comprese, a tutti e tutte costoro, è concesso “gargarizzare” indenni intorno a pregiudizi di genere o di razza o di altro?

Ammesso che comprendano che tali siano, pregiudizi, e che siano condannabili, ai sensi dell’art.3 della Costituzione, oltre che della comune concordanza su secoli di cammino verso la civiltà di cui la nostra Costituzione è esito, bussola di vita quotidiana collettiva, non faldone archiviato in uno scaffale.

Sì certo, non sermoni ma esempi, e chi sta in alto dovrebbe indicare la retta via, eccetera, eccetera, ma io direi che il problema è molto più vasto e ci riguarda tutti; credo che l’ignoranza del rispetto dell’altro è proprio introiettata, diffusa, abissale, ormai è costume sociale e per abbatterla ci vuole educazione.

Non è un’assoluzione ma una soluzione comprendere meglio il problema.

Mi pare che tale concordanza sui valori del rispetto si sia persa per strada e che proprio la Carta ci indichi la via. E’ una questione di diritti, e scusate se è poco. Un tizio, commentando il mio esprimere la necessità della tutela della parità delle donne come tutela dei diritti ha commentato con un “soltanto questo? E’ solo una questione di diritti?” Soltanto?! La questione dei diritti è tutto. Sì, abbiamo un enorme problema, di carenze lessicali e sostanziali intorno al tema.

Certo “non tutti sono così”, ma spesso sono così. Media, giornali, televisioni, politica sono sintomi e cause nello stesso tempo, casse di risonanza di immane potenza della mancata tutela delle battaglie contro le discriminazioni, specialmente quelle di genere.

Manca proprio il riconoscerle come mancanze di rispetto certe espressioni, il rilevarle come pregiudizi, come “cosa grave”, il vederle come stereotipi da rimuovere, e, se approfondite meglio, vedrete che intorno a voi è tutto un “ma perché, che male c’è? Detesto il politicamente corretto!” e gli “eddai! che sarà mai, quanto sei pesante!” si sprecano; persone vicinissime a voi fanno spallucce e continuano imperterriti, siamo immersi in un sistema generale discriminante che se ne infischia della dignità della persona. La dignità della persona, che “tema bigotto e moralista e ipocrita”. No, molti non lo comprendono proprio di cosa stiamo parlando. Il delizioso, ironico, politicamente scorretto è più intelligente e acuto quando mina la dignità della persona? Uuuuu che parole grosse. E’ più intelligente e acuto o è solo un mezzuccio nemmeno tanto elaborato per attirare l’attenzione? E’ un “modo per dire le cose come stanno senza peli sulla lingua”? O rivela solo che non lo sappiamo trovare un modo vero, educato, corretto, rispettoso per dire come stanno le cose e, nello stesso tempo, tenere viva l’attenzione? Come quando da piccoli, nel mezzo di una cena elegante a casa di qualcuno arriva il bimbo a esclamare “cacca, pipì e vomito” e qualche adulto sorride, qualche altro ride e i più pensano a quanto è maleducato il bambino eppure ha comunque attirato l’attenzione. E’ una lunga perifrasi per dire che siamo un Paese molto immaturo. Qualcuno lo fa con scaltra consapevolezza, penso a certi media, i più replicano consapevolmente, altri senza accorgersene. Tanti condannano, altrettanti replicano. Può essere un abile calcolo scegliere dove posizionarsi, se si è in alto e si cerca un applauso o un consenso. Può essere assuefazione invece replicare e amplificare socialmente. Certo l’indignazione questa volta è stata plateale, dà speranza, rimane da capire quanto diffusa. Perché potremmo proprio partire dalla consapevolezza sul problema per affrontarlo nel giusto modo e risolverlo.

“Di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Il virgolettato di cui sopra tutti sappiamo essere l’articolo 3 della Costituzione.

Ci siamo scoperti grandi esperti costituzionalisti nei mesi appena trascorsi, tutti la conosciamo, parrebbe, ma quanti la comprendiamo e applichiamo? Eppure è la legge fondamentale dello Stato, non una pia astrazione, quell’articolo 3 riguarda la vita quotidiana di ciascuno di noi, non qualcun altro; è un esempio lampante di analfabetismo funzionale di massa, leggere ma non capire e non far uso di quel che si legge. Fa persino sorridere il cenno al rispetto delle “opinioni politiche personali”. Nessuna discriminazione. Eppure io sospetto che le discriminazioni siano troppe e tante. Forse meno che in passato? Per alcune cose siamo andati avanti, ma per troppe alte molto indietro. E sarebbe bene raccogliere i rispettivi dati, sul dove e come siamo progrediti e dove e come sia regrediti. No, non son tutti così. Ma andrebbe compreso che sono in troppi, in tanti, quelli che son così.

Unire i puntini: infrangere la legge è reato. A me sembra che questo reato, quello dell’esercizio frequente di discriminazione, sia quotidianamente esorcizzato e minimizzato, forse perché non compreso o riconosciuto come tale e come tale vada punito, e ciò vale sempre e vale per tutti. E’ proprio la grammatica e la declinazione dei doveri verso l’altro e l’altra, tutti i doveri, quella che manca, le cosiddette competenze di cittadinanza che dovrebbero aiutare a trasformare il sapere sui diritti e sui doveri nell’esercizio dei diritto e dei doveri; del resto dove le si maturano tali competenze? A casa? A scuola? Nei messaggi veicolati da media e televisioni? Nelle giungle senza tetto né legge della rete? Circola forse nelle chattine di whattapp? Potentissime e fuori controllo? Dove la si impara e pratica questa grammatica del rispetto? Chi dà l’esempio? La migliore punizione, da sempre, è l’educazione. Evidentemente vi sono carenze educative. Evidentemente bisogna fare di più. Evidentemente la scuola fa tanto. Evidentemente la famiglia fa poco. Evidentemente non si comprende chi educhi gli educatori.

Ormai tutti riteniamo che la difesa del proprio diritto (di opinione, di parola, di possesso, di ironia…) a prescindere dai doveri sull’altro, un tempo chiamato prossimo, sia prioritaria anche quando tale non è, che sia autonoma, viva di vita propria e non intacchi nulla dell’altro/a, ma chi se ne frega, io so io e voi chi siete? L’individualismo egoista del cittadino globale cozza con la grande spinta solidale e umanitaria dello stesso e non cozza affatto con la deroga o il rifiuto dell’impegno politico. Ne hanno scritto in tanti molto meglio di me e a loro rimando, dalla Arendt a Baumann a molti romanzieri sublimi anche recenti è tutto un analizzare il complesso rapporto tra egoismo individuale, anelito sociale e rifiuto dell’impegno politico. Cosa c’entra con gli argomenti che stiamo trattando? Cosa c’entra con la difesa dei diritti? Cosa c’entra con le ragazze dell’est? C’entra, c’entra, nella teoria e nella pratica.

Perché il tema è uno, sono infinite variazioni dello stesso tema e potremmo suonarle meglio di Gould. No, la difesa del proprio diritto vale zero se non prevede l’esercizio del dovere verso l’altro. E il riconoscimento dei diritti di quell’altro, come persona nella sua interezza. Ci sono arrivata, la persona come intero, un intero di diritti, di doveri, di corpo, tutti aspetti imprescindibili gli uni rispetto agli altri. Non assumibili a pezzi. A quarti di bue. Ecco, la difesa di se non è autonoma dalla difesa dell’altro, col diritto dell’altro, col dovere verso l’altro, perché l’altro sono io e diventa una catena collettiva che prima o poi ci colpisce. Senza che ce ne rendiamo conto. Oggi l’altro non sono io. Ecco dov’è il problema. Il prossimo tuo come te stesso un cacchio. E’ tutto un tripudio di frasi sulle differenze e le eguaglianze che però a ogni piè sospinto nascondono mine di contraddizioni.

Ho udito con le mie orecchie esprimere frasi irripetibili sulle donne, al cui confronto la “lista” del programma televisivo appena cancellato appare un elenco di complimenti, persino dalla bocca di noti magistrati che poi magari impegnano tutta la vita e il proprio coraggio nella difesa della legalità.

Per dire come sospetto che le cose scritte in quella lista una buona percentuale del Paese le condivida e non sia nemmeno la parte meno attrezzata di strumenti culturali o sociali. Unire i puntini.

Per chi non lo capisse: no, non è un’esagerazione condannare le frasi irripetibili sulle donne. Se la riteniamo tale siamo il problema, non la soluzione.

Stanno insieme a noi, sono come noi. Siamo noi.

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