Sull’Ilva decide la politica non i tribunali

Ambiente

A Taranto coniugare salute, lavoro, ambiente è e sarà possibile spostando in alto l’asticella della qualità produttiva e delle tutele ambientali

Ci siamo sempre stati. In questi anni, che pure per noi non sono stati semplici, la voce del Pd è stata una sola: l’Ilva è una questione nazionale, a Taranto coniugare salute, lavoro, ambiente è e sarà possibile spostando in alto l’asticella della qualità produttiva e delle tutele ambientali, quale che sia il gruppo imprenditoriale ad aggiudicarsi la fabbrica, il Pd – nel rispetto dei ruoli e delle funzioni – non sarà uno spettatore passivo, non permetteremo che di Taranto si faccia un’altra Bagnoli. In questi anni lo abbiamo sempre detto.

Ed erano i primi mesi di quest’anno quando proprio a Taranto abbiamo incontrato con Matteo Renzi, non più Presidente del Consiglio, Segretario del Pd, non sotto i riflettori, non davanti ai microfoni stampa, le Rsu per ribadire il suo – nostro impegno e la sua- nostra determinazione perché sull’Ilva si giocava, e si gioca, una delle più grandi sfide – se non la più grande – nel nostro Paese negli ultimi decenni. Nessun silenzio assordante, dunque.

Era il 18 settembre 2013, un’altra era geologica potremmo dire. Con i colleghi Damiano, Gribaudo, Gnecchi, Taricco, Gregori, Paris, Albanella, Baruffi, Boccuzzi, Casellato, Faraone, Cinzia Maria Fontana, Giacobbe, Incerti, Madia, Maestri, Martelli, Miccoli, Giorgio Piccolo, Simoni, Zappulla, Martella, Rosato, De Maria, Tullo, Grassi avevamo presentato un’interrogazione al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sulla continuità occupazionale in Ilva a seguito di un decisione del Gruppo Riva. Nel ‘commentare’ in Aula la risposta del Governo sottolineammo, lo feci io a nome dei colleghi, tre questioni: il ricatto irricevibile della Famiglia Riva, la necessità di restituire alla politica il ruolo di governo dei processi complessi, l’urgenza irrevocabile di porre fine alla drammatica contrapposizione tra diritto alla salute e diritto al lavoro.

Che cosa voglio dire con questo? Voglio dire che noi dobbiamo essere capaci di comprendere come la trattativa che si è aperta al Mise tra parti sociali e AM Investco e tra Istituzioni – regionali e territoriali – e AM Investco può, davvero, rappresentare un punto di svolta ad una sola condizione, e questa condizione è se la politica, ovvero noi classe dirigente, recuperiamo il ruolo di governo dei processi complessi. Questo è il punto dirimente e io non voglio giocarci intorno.

E’ interessante registrare come negli ultimi giorni gradatamente la discussione mediatica si stia spostando intorno alle questioni tecniche, anticipando la discussione delle Aule giudiziarie. I punti di vista si accavallano e naturalmente in questo modo potremo tirare avanti per settimane. Non è questo, per me, il punto.

Quello che Governo e Regione e Comune potranno dire davanti al Giudice amministrativo non sposta di un millimetro la pietra angolare della questione. E la pietra angolare non sta nelle aule giudiziarie perché questo accade solo – come in  “Ambiente svenduto” – quando la magistratura è costretta al ruolo di supplenza per la latitanza della politica. Una latitanza che a Taranto è durata decenni, condita da distrazioni e connivenze gravissime. Forse su questo, oggi, dovrebbero interrogarsi le classi dirigenti pugliesi. Sulle ragioni di scambio che, per decenni, hanno permesso “quel” disastro ambientale e su come, attraverso un percorso complicatissimo anche in sede europea, noi siamo a un passo per venirne finalmente fuori con una mole di risorse rilevantissima destinata proprio all’ambientalizzazione e alla qualità produttiva.

Davanti a una posta in gioco così rilevante chiedersi se il ricorso della Regione regga o non regga davanti al Tar, mi si creda, è veramente risibile.

Tutto questo è il contorno necessario a stare sulla scena mediatica ancora per giorni e giorni, o a racimolare qualcosa in più di audience elettorale. Tutto questo non è la sostanza. E mi danno conforto grande, senza retorica, le parole stamane di Monsignor Santoro, Vescovo di Taranto.

Da vecchia industrialista, da vecchia sindacalista, da vecchia militante del più grande partito della sinistra, continuo a pensare che la sostanza, il banco di prova sia uno e soltanto uno: stare al testo. Su quei Tavoli, sono due e hanno pari dignità e rilievo, si gioca il futuro del sistema-paese, del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, dell’ambientalizzazione, di ventimila lavoratori, di un indotto che ha pari dignità ma molti se lo dimenticano se non agitandolo come bandierina ricattatoria, della possibilità di dimostrare come sia possibile tenere insieme ambiente e lavoro.

Se ci dovesse essere la sospensiva noi ci troveremmo nella complicatissima condizione di un fermo della produzione, un danno enorme. E la ripresa del confronto con l’azienda, che pure ci sarà, non può essere all’insegna di questa spada di Damocle e in ogni caso non con un investitore che ancor prima di sottoscrivere l’impegno si trova dinanzi un punto interrogativo di questa natura.

Non mi appassiona sapere a chi il Tar darà ragione. Mi appassiona capire se la politica ha ancora un senso e se siamo classe dirigente all’altezza di quel senso. Il resto, come avremmo detto una volta, è letteratura.

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