Ultima chiamata per salvare Alitalia

Opinioni

Occorrono uomini di alta professionalità ed esperienza

Ci risiamo. Una nuova crisi dell’Alitalia è esplosa. Violenta e difficile da gestire, ma – bisogna riconoscerlo – non inattesa. Un bilancio, in termini di salvataggi pubblici, pesante sino ad oggi.

Parliamo di cifre attorno ai sette miliardi di euro. Ma parliamo anche di un’apertura ai privati e di una scelta di un socio industriale che evidentemente non hanno dato i frutti sperati.

James Hogan, ad di Etihad , alla luce del risultato del referendum ha dichiarato che si tratta di “una sconfitta per tutti”. Ed è vero. Ma non cerchiamo alibi poiché anche le colpe non sono solo di una parte.

Mi riferisco in primo luogo proprio a chi l’azienda l’ha acquisita e non ha saputo rilanciarla: l’offerta sul lungo raggio di Alitalia risulta chiaramente inadeguata alla realizzazione di una compagnia che sappia sfruttare le potenzialità dell’Italia. È una sconfitta per i sindacati che sono stati sconfessati dal risultato del referendum.

Una sconfitta per i dipendenti che ora hanno di fronte prospettive ancor più problematiche. Una sconfitta per la politica che pur intervenendo nella travagliata vicenda non è riuscita ad approdare ad una soluzione definitiva, ormai non più rinviabile.

Si può certamente ricordare con rammarico la mancata occasione del 2008 quando si rifiutò la fusione con Air France, che avrebbe dato allo Stato italiano il ruolo di azionista in una delle più grandi compagnie aeree mondiali. Si trattò, peraltro, di un rifiuto effettuato in nome di una malintesa italianità che portò, nel giro di pochi anni, la compagnia di nuovo sull’orlo del fallimento.

L’arrivo di Ethiad sembrava aver risolto la questione in maniera definitiva. Ed invece eccoci nuovamente con problemi interni e scelte industriali sbagliate che stanno rimettendo a terra, in senso letterale, Alitalia-Società Aerea Italiana s.p.a..

Sarebbe interessante approfondire come un accordo significativo, come quello fra azienda e sindacati ed auspicato dal Governo, sia stato sottoposto a referendum e di come questo abbia avuto il noto risultato.

Sarebbe importante riflettere come da un verso molta parte dei dipendenti, ma anche della politica, spingano per una nazionalizzazione mentre un’altra parte spinga per una cessione rapida e praticamente incondizionata ad altri vettori. Sarebbe anche giusto riflettere sulle richieste di chi ritiene che la soluzione migliore sia la cessione per parti separate del complesso industriale. Tutti punti di vista figli di riflessioni diverse e anche, in alcuni casi, di posizioni ideologiche differenti.

Tuttavia, un Governo accorto e una politica saggia hanno la responsabilità oggi di porsi in maniera razionale un paio di quesiti fondamentali nel momento in cui, con l’amministrazione straordinaria, lo Stato si appresta a tornare arbitro della situazione.

A mio avviso, le domande sono sostanzialmente due e consequenziali, concrete e propedeutiche a qualunque soluzione economico finanziaria.

La prima: serve al nostro Paese ed alla sua economia una compagnia aerea con base in Italia?

La seconda: se si concorda che questa compagnia aerea serva, quali sono gli spazi ed il ruolo industriale che nel sistema complessivo dei trasporti, al di fuori ed all’interno del Paese, essa dovrebbe avere? Rispondere a queste domande significa affrontare il caso Alitalia, senza inutili slogan ideologicamente ispirati, ma con responsabilità e buonsenso.

Personalmente ritengo che un vettore che abbia l’Italia come base operativa è necessario. Lo è, già solo limitandoci al tema importante ma non unico, del turismo. Il turismo globale ha oggi nel nostro Paese la meta maggiormente preferita, ma non la più praticata. L’Italia deve poter essere meta facilmente raggiungibile.

Non voglio poi dimenticare il fatto che voli diretti verso i centri dell’economia mondiale (Cina, Usa, Giappone) sono importanti per un Paese esportatore come l’Italia.

Il secondo punto è quindi a cosa serve una compagnia aerea basata in Italia.

Certamente a sostenere i grandi flussi internazionali e successivamente a coprire le necessità interne di un Paese con le caratteristiche geografiche come il nostro (si pensi ad esempio alle sole isole, per le quali si ha la necessità fisica di garantire collegamenti aerei).

Queste sono le ragioni per cui, a mio avviso, si dovrà i cercare di evitare l’interruzione dell’attività di Alitalia.

Un punto però è da tenere in considerazione, nell’immaginare un qualunque piano industriale, ed è il cambiamento che vi è stato negli ultimi anni nello sviluppo interno dei trasporti. L’alta velocità ferroviaria, ad esempio, ha cambiato il modo di viaggiare degli italiani. Per questo oggi non è più rinviabile la definizione di un quadro complessivo della mobilità nazionale che ottimizzi il sistema dei trasporti Paese, soprattutto aerei e ferroviari, tenendo conto degli sviluppi tecnologici in atto.

Stavolta – ed una volta per tutte – serve uno sforzo sulla crisi Alitalia che sia uno sforzo non solo finanziario, ma di progettualità. Quando si è posta Ilva in amministrazione straordinaria lo si è fatto per ragioni economiche e sociali ma anche sapendo che il sistema Paese aveva bisogno di acciaio ed era un mercato per questo prodotto.

Ecco, Alitalia ha questo problema: la necessità di identificare un piano industriale che risponda alle necessità del Paese e che quindi sia garanzia di sostenibilità economica. Questo deve essere lo scopo principale della ipotizzata amministrazione straordinaria: definire le vere condizioni di operatività industriale di Alitalia.

Per questo servono persone con profili adeguati, ed accanto ad esperti di finanza e gestione aziendale servono soprattutto esperti di trasporti. Nessuno può più permettersi l’ennesima sconfitta.

 

(Capogruppo PD nella X Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo)

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli