Un colabrodo chiamato Cnr. Fedeli: “Subito chiarezza”

Opinioni

Report ha fatto vedere troppe malefatte. Forse è ora di cambiare qualcosa

Che la più importante istituzione scientifica del nostro Paese sia infestata da numerosi episodi di ruberie, malversazioni, furbetti e scandali più o meno gravi è un segno doloroso del possibile, rovinoso declino italiano.

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche è al centro da tempo di situazioni incresciose, come abbiamo visto nella puntata di Report del 27 marzo.

Noi, semplici spettatori, ci siamo chiesti se dinanzi agli scandali si sufficiente il (pur doveroso) intervento della magistratura o se non siamo per caso davanti ad un problema strutturale. L’impressione infatti è che non ci troviamo solo in presenza di fatti di cronaca – furti, scandali e scandaletti. Ma davanti a una questione strutturale che investe la governance del Cnr. Che per la sua importanza scientifica e culturale per il Paese e la comunità scientifica mondiale a questo punto dovrebbe davvero essere oggetto di un’azione politica e di governo senza precedenti.

Il governo e la ministra Fedeli vanno sollecitati in questo senso.

E infatti – c’è da dire: tempestivamente – la Fedeli ha chiesto che “si faccia immediata chiarezza”.

“Non appena informata del servizio, esercitando i nostri poteri di vigilanza, ho chiesto al presidente Massimo Inguscio di attivarsi subito perché si possa fare piena chiarezza su quanto realmente accaduto e di informarmi al riguardo. Di fronte ad accuse come quelle emerse nel corso della trasmissione televisiva di ieri bisogna essere tempestivi e dare risposte esaustive”. Sottolineando “la totale fiducia nel ruolo della magistratura”, la ministra ha aggiunto: “la massima trasparenza è d’obbligo anche a tutela dell’immagine del Cnr”

Che fare, dunque? A quello che abbiamo capito, uno dei mali del Cnr deriva dalla riforma Moratti (2003) che rivoluzionò l’impianto, ma forse non nella direzione giusta.

Moratti introdusse un modello di impianto para-aziendale che ha comportato una separazione sostanziale tra amministrazione e ricerca, nel senso che i ricercatori lavorano da anni procurandosi finanziamenti esterni attraverso valutazioni severe e competitive, ma sono impediti dal potersi dare un proprio autogoverno.

Vale a dire che i ricercatori – che sono i principali protagonisti di questa istituzione scientifica – vengono messi fuori dalla possibilità di progettare, loro, i destini del Cnr.

Sarebbe salutare  un’operazione di cogestione dei ricercatori, sia in chiave di trasparenza che in chiave di assunzione di responsabilità che verrebbe ad essere sottratta al volere di pochi soggetti per essere condivisa con gli attori della ricerca che scrivono i progetti, ne sono responsabili i scientifici ma, nella struttura gerarchica e burocratica  dell’ente, non è richiesta loro alcuna forma di assunzione di responsabilità o controllo.

Non che sia disdicevole in sé un approccio “manageriale”, ma non può da sola garantire la gestione di un grande istituto di ricerca come il Cnr.

Il quale – è la nostra impressione – è diventato una reticolato di situazioni e strutture sempre meno governabile. Ma se diventa un colabrodo, è più facile che ladri e ladruncoli riescano a truccare contratti, o eluderli, a seconda delle convenienze.

Abbiamo visto, per esempio, la vicenda di Vittorio Gargiulo, segretario amministrativo dell’Istituto Ambiente Marino Costiero del Cnr di Napoli, che avrebbe fatto passare per “ripristino locali interni dell’istituto” i lavori del proprio appartamento e avrebbe speso 16mila euro per il mobilio: soldi che erano stati inseriti alla voce “campagne oceanografiche” nella contabilità.

Questo Gargiulo è lo stesso che aveva speso un sacco di soldi per giostre gonfiabili (un percorso, lo scivolo, la nave dei pirati e altri giochi) del valore di 32mila euro destinati all’intrattenimento di bambini, attività che l’indagato, secondo gli inquirenti, svolgeva parallelamente. Quella fattura era stata contabilizzata alla voce “materiali di consumo da laboratorio”!

E chissà quante altre follie ci sono state, in questi anni.

La nota positiva è che molte di queste malefatte sono state denunciate e scoperte proprio grazie ai ricercatori onesti (che hanno tutto l’interesse a fare pulizia di “colleghi” che gettando soldi e credito dell’Istituto). A Report abbiamo visto l’esempio della dottoressa Laura Giuliano (nipote del commissario Boris Giuliano assassinato dalla mafia), direttrice dell’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero che prima di andare all’estero ha portato i libri in Procura.

Ma getta nello sconforto apprendere da Report che il direttore generale del Cnr è quel Massimiliano Di Bitetto già condannato per danno all’erario.

Il vertice del Cnr dovrebbe promuovere un’azione energica di informazione e di moralizzazione, se non l’ha già fatto. Ma questo non basterebbe comunque.

Un’occasione utile per una riflessione pare ci sia: la riforma Madia può favorirla, perché prevede che si riscrivano lo Statuto del Cnr ed i suoi regolamenti. Questo va fatto entro maggio. Può essere una prima occasione per rivedere i termini della governance del Cnr, grande risorsa dell’Italia.

 

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