La duplice vittoria di Renzi, un nuovo Pd è in campo

Opinioni

La riconsacrazione popolare di Renzi conclude la guerra civile interna al Pd

E adesso? Il sostanzioso, duplice successo di Matteo Renzi – poco meno di due milioni di votanti a dispetto della previsione unanime di giornalisti e avversari che ne pronosticavano la metà, e una percentuale di voti che sfiora e forse supera il 70% – non risolve il rompicapo esistenziale della politica italiana, prossima alle elezioni ma priva di una legge elettorale in grado di garantire la governabilità del Paese, e tuttavia segna almeno un paio di punti fermi su cui tutto il sistema politico dovrà riflettere.

Il primo è la riconsacrazione popolare della leadership di Renzi. L’esito del congresso era scontato, ma non lo erano l’affollata partecipazione alle primarie né il risultato finale. Dopo la sconfitta referendaria, le dimissioni di Renzi da palazzo Chigi seguite da quelle da segretario del partito, e infine la scissione, il Pd avrebbe potuto ritrovarsi all’appuntamento del 30 aprile esangue, disilluso, sfiduciato.

Non è stato così: la reazione del “popolo democratico” è stata al contrario massiccia, e nessun dubbio può più essere sollevato sul fatto che Renzi rappresenti oggi la stragrande maggioranza degli iscritti e degli elettori del Pd.

La riconferma popolare di Renzi – fino a non molto tempo fa considerato un “usurpatore” della Ditta – non chiuderà le polemiche interne (diversi esponenti delle minoranze già stasera hanno cominciato ad esibire questa o quella perplessità), ma di certo conclude la fase della guerra civile fredda che ha caratterizzato negativamente il lungo periodo di opposizione bersaniana.

La guerriglia quotidiana, la sistematica delegittimazione del leader, la polemica autoreferenziale non hanno più cittadinanza nel Pd per la semplice ragione che il suo corpo vivo – iscritti ed elettori – ha ribadito di non volerne più sapere. Renzi è dunque più forte nel partito, sebbene il Pd sia più debole: e questo è un fatto.

Il secondo punto fermo ha a che fare con la (presunta, relativa) debolezza del Pd, o per meglio dire con la sua prospettiva politica nel breve-medio periodo. L’identificazione fra segretario e candidato premier, che è uno dei capisaldi originari del partito, e che è il motivo fondamentale per cui il segretario è scelto anche dagli elettori, e non soltanto dagli iscritti, porta con sé indissolubilmente la riaffermazione della “vocazione maggioritaria” – che del Pd è, per così dire, la struttura genetica e la ragion d’essere.

Ne consegue che il Pd di Renzi si muoverà nei prossimi mesi a difesa della propria autonomia e della propria vocazione al governo. La discussione un po’ stucchevole sulle alleanze – con Pisapia o con Berlusconi? con D’Alema o con Alfano? – appartiene ad un’idea antica della pratica politica – quella ulivista e prodiana – che il Pd, con la sua stessa nascita, ha inteso superare. Oggi, proprio come nel 2008, i Democratici sono nella condizione di candidarsi autonomamente alla guida del Paese.

Se si riuscirà a varare una riforma elettorale maggioritaria, tanto meglio. Ma se, come oggi appare probabile, prevarranno i veti incrociati e gli interessi di bottega, la questione delle alleanze può dirsi conclusa stasera. Un nuovo Pd è in campo.

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