Un nuovo progressismo, senza istruzioni per l’uso

Opinioni

Il tema del progressivo arretramento negli ultimi 10 anni delle forze progressiste in particolare europee è stato lungamente dibattuto

Un nuovo progressismo

Il tema di cosa siano il progressismo e la sinistra oggi è complesso, meglio sgomberare subito il campo da equivoci, e proprio come tale merita il tentativo di trovare una via. Si può fare in maniera più o meno strutturata, più o meno omogenea, ma serve a tentare di dare una lettura e qualche spunto per interpretare la nostra quotidianità, il mondo che si muove e cambia attorno a noi avendo anche l’ambizione di alzare un po’ lo sguardo e provare a tratteggiare possibili orizzonti per il domani.

Non esiste il libretto di istruzioni

E’ bene partire dalla considerazione che difficilmente qualcuno ha una risposta preconfezionata sul futuro del progressismo e della sinistra. Questo obbliga a un supplemento di impegno. Serve guardare da dove si viene, serve annusare il contesto che si muove attorno a noi cercando, se non di comprendere (termine sempre più difficile da scrivere a cuor leggero oggi), almeno di intuire quei rivolgimenti delle strutture sociali, dei rapporti comunitari, dei modelli economici che sono in divenire. Serve aprire nuove strade che consentano di procedere all’elaborazione di risposte e proposte ai problemi dell’oggi mettendo un piede dopo l’altro, andando passo dopo passo e diffidando dall’estrema semplificazione del presente, così come dalle risposte sistemiche e precise che vengono reclamizzate da chi ha sempre la verità e la soluzione in tasca.

Provo allora a mettere in fila piccole annotazioni sapendo che la mia lettura è certamente figlia di un angolo visuale parziale, quello di un ventisettenne che ha vissuto e sperimentato in maniera diretta solo gli ultimi quindici anni di politica progressista e che servirebbe uno sviluppo ben più profondo e lungo ma che anche in un articolo si può iniziare a ragionare.

L’obiettivo smarrito

Il tema del progressivo arretramento negli ultimi 10 anni delle forze progressiste in particolare europee è stato lungamente dibattuto fino a diventare un perfetto argomento da maître a pàrler, un tema da tartina e bollicine buono più per fare conversazione che per approfondire una riflessione. La sinistra sta effettivamente scontando anni di difficoltà, difficoltà di lettura sociale, di ideazione di politiche, di creazione di pensiero che, a mio avviso, dipendono dalla mancanza di un vero motore propulsore. Il progressismo non ha un obiettivo fondante. Storicamente il binomio inclusione – redistribuzione ha retto l’affermarsi nel novecento di una sinistra che aveva per obiettivo la costruzione del Welfare State in Europa. Quella stessa sinistra che, arrivata negli anni ‘80/’90 a centrare e portare a realizzazione la sua missione fondante, non si è riuscita a dotare di una nuova e più sfidante meta.

La mancanza di un orizzonte ha reso sia l’elaborazione delle politiche che quella del pensiero politico, e quindi delle forme più opportune a intercettare la società, appiattita sul breve periodo e senza prospettiva.

I nuovi conflitti e l’opportunity state

Oggi ci sono pilastri nuovi e nuove dicotomie su cui la sinistra ha il compito di cercare una strada e un suo senso. Recuperare un orizzonte e quindi anche una “missione” è non solo possibile ma necessario ripartendo dalle nuove faglie di divisione che si sono aperte nella società e nel mondo, il dualismo esistente tra solidarietà e egoismo, tra accoglienza e inclusione e nazionalismo e isolazionismo, tra coopetition e consociativismo, in sostanza le nuove coordinate su cui leggere la differenza tra progressisti e conservatori oggi.

Ognuno di questi dualismi permette di tratteggiare i perimetri identitari della sinistra del nuovo millennio, interroga sulle risposte alle faglie sociali aperte e sulle politiche che consentano di perseguire queste risposte. La definizione stessa del progressismo non può essere in “negativo”, la sinistra non può cioè limitarsi a definire sé stessa attraverso i contrari delle destre odierne e dei movimenti populisti ma deve recuperare una propria immagine in positivo, ridefinire la propria identità per i valori e le caratteristiche che le attengono e non tracciare i suoi confini mettendo paletti su quel che non le appartiene. La sinistra oggi deve essere capace di interpretare l’innovazione rispetto alla mera protezione, deve avere l’ambizione di andare “oltre il welfare state” e creare un vero sistema di inclusione sociale, una dinamica di uguaglianza delle opportunità e uguaglianza delle condizioni di partenza con reti di sostegno a chi può cadere rischiando di restare escluso o ai margini di una comunità, deve costruire l’opportunity state.

L’idea dell’opportunity state che porti a evoluzione il welfare state del progressismo anni ‘80 può essere la nuova “missione” che torna a dare senso e spessore al progetto della sinistra europea. Gli spunti ci sono, un solido sistema universale di assistenza sanitaria, un forte sistema educativo e formativo delle opportunità e dei talenti, l’indirizzo normativo verso un mondo del lavoro inclusivo, dinamico e mobile, reti di protezione e meccanismi di nuova inclusione così come un radicale ripensamento del bilanciamento tra tempo lavorativo e tempo di altro impiego fino ad arrivare al tema cruciale dei meccanismi fiscali e salariali legati alle dinamiche di servizio fornito che tocca anche il tema dei centri e delle periferie. Il lavoro è enorme ma la sfida non può che essere portata a un livello più alto e a un orizzonte più ampio perché abbia senso giocarla.

La dimensione europea e il nuovo corso italiano

Ho parlato di sinistra europea e non solo di sinistra italiana perché a mio avviso è imprescindibile ragionare in una dimensione comunitaria per riuscire a cogliere il senso della sfida e provare a cambiare le sorti di un declino conclamato. In Europa il progressismo e la famiglia socialista vivono tempi non felici, l’SPD tedesco è strutturalmente una gamba di governi di grande coalizione a traino (anche programmatico) popolare, il PS francese ha sì vinto le ultime elezioni ma ha dato la rappresentazione plastica di non avere idee (e quelle poche di averle seriamente confuse), anche in Spagna il PSOE non riesce a incidere e a dare una lettura convincente del momento per non parlare poi dell’arretramento antieuropeista (e mi sia permesso antistorico) del Labour corbyniano. Una fotografia più che triste drammatica, che certifica la mancanza di un comune denominatore e motore della sinistra del vecchio continente. Come detto, però, c’è lo spazio per ripartire e lo si deve fare dall’esperienza maturata dal 2013 in poi nel più grande partito progressista della famiglia socialista ovvero il PD. E’ proprio l’esperienza del nuovo corso democratico inaugurato da Matteo Renzi, dai suoi spunti di lettura della modernità che ci circonda, dalla capacità di aggregare un insieme di pensieri e sintetizzare una visione originale per il futuro della sinistra continentale e delle sue politiche, che può portare il nostro partito ad essere il pivot di questa ripartenza (come avevo già detto qui), con una lettura nuova delle problematiche, un impianto valoriale solido e una visione della politica come motore di indirizzo delle sfide socio-economiche del domani.

Una ripartenza passa necessariamente da un lavoro ancor più forte del PD sul PD, dal comprendere cosa vogliano dire per un partito partecipazione, militanza e affiliazione oggi. Passa dal costruire nuovi strumenti per intercettare la società, leggerla e coinvolgerne una parte nell’elaborazione di proposte. Passa dal provare a dare nuovo senso al ruolo delle organizzazioni di intermediazione nella società odierna. Abbiamo molte sfide davanti a noi ma tutte valgono la pena di essere giocate.

Con fantasia e coraggio perché non ci sono istruzioni per l’uso.

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