Un nuovo umanesimo del lavoro

Opinioni

La questione retributiva e dell’equo compenso assume un’importanza fondamentale, sia nel campo del lavoro dipendente che di quello autonomo

La classifica delle retribuzioni redatta dalla Willis Towers Watsone pubblicata oggi da l’Unità evidenzia che l’Italia, parlando di salario annuo, si colloca al 15° posto con 27.400 euro. Abbiamo davanti a noi, dunque, i principali Paesi europei e, per dare un’idea della situazione, la Spagna si colloca al 14° posto con 30.700 euro annui. Questi dati dovrebbero, da soli, confutare la tesi, a lungo divulgata dalla destra e dai liberisti, di un costo eccessivo del lavoro italiano. Risulta evidente che il tentativo di allentare, nel nostro Paese, i vincoli del diritto del lavoro e del livello delle paghe, obbedisce a un criterio malato di concorrenza che ha come risultato il deprezzamento all’infinito delle retribuzioni e delle tutele. Questa situazione impone una riflessione di fondo: nella società liquida, caratterizzata dal lavoro liquido, quali sono gli elementi di difesa fondamentali al fine di impedire che il lavoro venga considerato alla stregua di una merce?

Bauman ci ricorda che nel tempo presente la sola certezza è l’incertezza. Dato che è così, e non solo nel campo del lavoro, perché potremmo estendere questo concetto al tema della sicurezza delle persone di fronte al crescere della violenza, la sinistra deve porsi l’obiettivo di fornire soluzioni convincenti e di prospettiva a questi interrogativi diventati ormai esistenziali. Se non vogliamo che vinca il populismo, dobbiamo assumere il tema dell’uguaglianza come risposta alle esigenze dei più deboli e degli ultimi che si trovano in grande difficoltà nella lunga crisi di inizio secolo, assumendo come orizzonte un nuovo umanesimo del lavoro che si contrapponga alla pura logica del mercato.

Da questo punto di vista la questione retributiva e dell’equo compenso assume un’importanza fondamentale, sia nel campo del lavoro dipendente che di quello autonomo. La risposta più convincente risiede ancora una volta nella ricerca di standard retributivi e normativi inderogabili, per tutti i lavori, fissati attraverso la contrattazione delle parti sociali realmente rappresentative o per legge, nel caso di lavoratori, come i collaboratori coordinati e continuativi, che non hanno a disposizione un contratto di lavoro di riferimento.

Bisogna inoltre considerare che il secondo handicap dell’Italia risiede nel fatto che la struttura delle retribuzioni è fortemente anomala, tra le peggiori d’Europa. Infatti, quando un lavoratore intasca un netto mensile di 1.200 euro, il costo del lavoro per l’impresa è più del doppio, circa 2.600 euro. Questa situazione ci pone, tra le altre cose, in una condizione di svantaggio competitivo con gli altri Paesi europei, a partire dalla Germania. Sul cuneo fiscale era intervenuto efficacemente l’ultimo Governo Prodi, attraverso una diminuzione della pressione fiscale per tutta la platea dei lavoratori a tempo indeterminato.

Nel prossimo Documento di Economia e Finanza, che il governo sta predisponendo, pare ci sia l’intenzione di fare una nuova iniziativa in tal senso. Diamo un consiglio al presidente Gentiloni: smettiamola di dare sconti alle imprese sul cuneo fiscale o incentivi sull’occupazione che siano a termine. Non abbiamo più bisogno di spot, come abbiamo fatto per il Jobs Act, ma di uno sconto, anche più basso, che sia duraturo e strutturale in modo tale da fornire certezze di costo alle imprese e favorire le assunzioni a tempo indeterminato.

La stella polare che avevamo adottato con Prodi, quando ero ministro del Lavoro, è ancora di grande attualità: il lavoro stabile deve sempre costare meno di quello flessibile e, affinché questo diventi realtà, bisogna agire per gradi sulla diminuzione strutturale del cuneo fiscale, se non vogliamo rimanere un Paese agli ultimi posti della classifica sul livello delle paghe e su uno scarso grado di competitività a causa di una struttura retributiva che sembra fatta apposta per colpire l’occupazione.

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