Una strategia di politica estera: lo sviluppo internazionale

Opinioni

La gestione dell’emergenza migratoria è anche intervento per lo sviluppo: le scelte e le risorse del Pd al governo

Sul piano internazionale gli stati si trovano ad affrontare da tempo grandi questioni globali. La natura di queste sfide rende sempre più ineludibile che ogni stato, soprattutto quelli di medie dimensioni come l’Italia, si dotino di una strategia chiara e di strumenti adeguati di politica estera. Per questo, in questi quattro anni di legislatura il Pd ha lavorato affinché la cooperazione allo sviluppo tornasse a qualificare positivamente la politica estera dell’Italia. Per questo, abbiamo portato a termine la riforma della cooperazione internazionale: un modo per rendere più efficaci gli aiuti allo sviluppo impiegati nei paesi più poveri.

La riforma, votata con un ampio consenso parlamentare, è un solido risultato del lavoro di questi anni. Il settore aspettava questo cambiamento da quattro legislature, da quando cioè la caduta del muro di Berlino aveva reso anacronistico il modello di cooperazione internazionale per il quale i paesi ricchi versavano ai paesi poveri un po’ di risorse per compensarli del colonialismo e del sottosviluppo.

Oggi abbiamo una legge, la 125/2014, che ci permette di affrontare insieme ai paesi del Sud del mondo alcune delle grandi sfide globali: contrasto agli effetti del cambiamento climatico; lotta alla povertà; riduzione delle diseguaglianze; regolamentazione dei flussi migratori.

Abbiamo poi incrementato in modo costante le risorse per la cooperazione. Decisione che in tempi di razionalizzazione della spesa indica che consideriamo la cooperazione una vera priorità. Mentre i governi del centrodestra avevano solo tagliato, arrivando nel 2010 a destinare lo 0,15% del Pil per l’aiuto, in questa legislatura abbiamo aumentato ogni anno le risorse per lo sviluppo: nel 2016 l’Italia ha destinato lo 0,26% del Pil agli aiuti e c’è un preciso calendario per arrivare entro il 2020 allo 0,30% del Pil, allineandoci così progressivamente agli obiettivi fissati al livello internazionale.

Gli aumenti hanno significato una crescita dell’impegno soprattutto attraverso il canale bilaterale, ovvero l’aiuto gestito dal ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale secondo le priorità della nostra politica estera. Forte di una riforma del settore e di maggiori risorse dopo anni in cui venivamo additati come i peggiori della classe a livello internazionale, l’Italia è tornata ad essere ascoltata con le nostre proposte per lo sviluppo in ambito internazionale: dalle missioni di Matteo Renzi in Africa, al confronto con i presidenti africani al G7 di Taormina, al lavoro fatto da Enrico Giovannini per misurare gli obiettivi dell’Agenda 2030 in sede Onu, fino alla proposta di Migration Compact che, oltre a rappresentare una strategia di intervento dell’Unione europea, ha anche ispirato il piano per l’Africa presentato al G20 da Angela Merkel.

Abbiamo così segnato l’agenda, creando nuove idee e un nuovo modo di lavorare. Prima di altri paesi, abbiamo anche capito che il nostro futuro, come Italia e come Europa, dipende dal rapporto con l’Africa. È in Africa che fenomeni epocali come il cambiamento climatico o la transizione demografica stanno avendo effetti strutturali che riguarderanno tutti. Ed è con l’Africa, e non soltanto per l’Africa, che dobbiamo costruire un futuro più giusto.

Per questo il Pd ha presentato una proposta di legge delega, denominata Africa Act, che disegna la strategia complessiva dei nostri interventi con i paesi africani, concentrandoci soprattutto sull’educazione delle nuove leadership; sull’impegno nell’ambito della tutela ambientale e della sicurezza; e sulla creazione di opportunità di investimento e impiego.

Con questa proposta si traccia una nuova pista per lo sviluppo del continente africano che può condurre verso importanti benefici e vantaggi, diretti e indiretti, anche per le nostre economie e per le nostre società. L’Italia, l’Europa e l’Africa dovranno percorrerla insieme. Con spirito di cooperazione prima ancora che di solidarietà.


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