E va in scena il pappalardismo grillino

M5S

La stessa idea della politica

La sintesi più efficace l’ha fornita il deputato Cinque Stelle Danilo Toninelli, mercoledì, intervenendo alla Camera dei Deputati: “Vado nel vero Parlamento che è quello nella piazza qua di fronte, e lascio questo Parlamento inutile”. No, il big grillino non intendeva dimettersi da deputato – anche perché lo stipendio, seppur auto-decurtato, non gli arriva ogni 27 del mese dalla folla vociante nel centro di Roma.

Ma Toninelli voleva chiarire ancora una volta ciò che lui, così come i suoi colleghi e sodali, da anni postulano: ovvero che le procedure democratiche, i regolamenti parlamentari, le norme stabilite dalla Costituzione, non hanno valore; il popolo per lui (per loro) non è una collettività che comprende idee, culture e opinioni diverse che trovano una sintesi tramite il confronto dialettico, no! Per lui (loro) il popolo è composto unicamente dai “cittadini” – in questo caso qualche centinaio di persone urlanti in piazza – che gli danno ragione e per conto dei quali egli (loro) si arroga l’unica legittimità rappresentativa possibile.

Comun sentire, stessa forma mentis di Toninelli, hanno dimostrato in questi giorni anche forconi, no Vax, indignati della domenica e golpisti da cinepanettone radunatisi nella stessa piazza, sotto il megafono dell’ex generale Pappalardo. Anche quest’ultimi si ergono a unici “rappresentati del popolo”; anche loro chiedono che il Parlamento sia sciolto perché (da loro) ritenuto illegittimo; ci credono a tal punto che sono arrivati a presentarsi davanti ad Ettore Rosato, non senza imbarazzato, dichiarandolo “in arresto” per “usurpazione di potere politico” (il “grazie e arrivederci” del sorridente capogruppo Pd probabilmente rimarrà la storia dei video viral-surreali).

Ah piazza, dolce piazza. Non piazza organizzata, di comunità, di progetto. Ma piazza di folla, per stomaci forti, per orecchie eccitate; quella folla che, diceva Manzoni, raccoglie individui “avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno, o d’urlargli dietro. Viva e muoia, son le parole che mandan fuori più volentieri”.

E non c’è da stupirsi se, proprio in questa folla, si possa sentire tutto e il contrario di tutto; si può trovare qualcuno disposto a prendere sul serio l’ex generale con vitalizio; si può trovare Alessandro Di Battista, preso da una smania oratoria, sbagliare platea e subire l’onta dei fischi; si può trovare lo stesso Di Battista, imbroccata l’audience giusta il giorno successivo, scandire il suo repertorio verbalmente violentissimo (“non si fanno scrupoli”, “è gentaglia”, “questi miserabili”); condito da minacce squadriste (“Hanno paura e fanno bene ad avere paura”); non c’è da stupirsi che si possa trovare anche Di Battista padre, già missino dichiarato, cercare lo scontro fisico con il generale da strapazzo di cui sopra.

Dice Alessandro Dal Lago nel suo ultimo libro (“Populismo Digitale”) che il populismo è una “macchina retorica”. Non un progetto politico, una strategia di potere, ma solo una retorica manichea che divide nella dinamica amico/nemico, “il popolo” (anch’esso solo un’istanza retorica) e “le elite”; il “basso” e l’alto; il Parlamento e la piazza appunto.

È una macchina retorica che però, per sua stessa natura, se ne infischia delle contraddizioni, delle ingenuità, delle fandonie: può essere azionata da chiunque, e ognuno può rivendicarla come unicamente sua.

Risulta perciò singolare, quasi comico (ma politicamente rilevante), che alla guida di quella “macchina retorica” su sia messo anche un personaggio come Pappalardo. Un personaggio che adesso in modo surreale, ma non illogico, rivendica una radicalità populista che, sembra suggerire, i Cinque Stelle dopo cinque anni di legislatura, innumerevoli ospitate tv, corsi di Pnl e migliaia di camice bianche stirate, non possono più permettersi.

Come fare a dargli torto? Perché il “popolo” di Pappalardo dovrebbe essere meno “popolo” di quello di Di Battista? Sul sito dell’ex generale campeggia una frase di Ghandi: “Prima ti ignorano poi ti deridono poi ti combattono poi vinci”. Non è una frase nuova, è la stessa urlata migliaia di volte da Grillo; la stessa scandita neanche un mese fa da Di Maio sul palco di Rimini, accettando l’investitura a premier. Così diversi così uguale. I grillini-pappalardo o il pappalardo-grillini. La legge elettorale, naturalmente, il Pil, la crisi, il lavoro, la democrazia, la rappresentanza, il fascismo, non c’entrano niente. Quella è politica, un’altra cosa.

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