Ancora più welfare, un aiuto a chi aiuta

Opinioni

Un altro tassello è stato aggiunto, dopo il primo Fondo contro la povertà assoluta. Ora la sfida è quella di creare un contenitore ampio e una visione di insieme del welfare pubblico, per evitare che nuove politiche pubbliche alimentino nuova frammentazione

Immaginate di dover assistere un vostro familiare non autosufficiente per dieci o vent’anni. Se poi si tratta di un figlio, oltre allo strazio, l’assistenza dura per tutta una vita. È sostenibile? Ce la fareste? I caregiver lo fanno. In silenzio e volontariamente si prendono cura di familiari o parenti in gravissimo disagio dando loro da mangiare, aiutandoli a vestirsi, a lavarsi decentemente, a dormire. Sono oltre tre milioni in Italia, e con l’invecchiamento esponenziale della nostra popolazione tra breve saranno molti di più.

Ieri è arrivata una prima risposta. La Commissione Bilancio del Senato ha votato all’unanimità un emendamento che istituisce il primo Fondo nazionale per i “prestatori di cure”, mettendo sul piatto 60 milioni di euro sul triennio. Le risorse non sono un granché, sia chiaro, ma il segnale è potentissimo. È la presa d’atto, di sostanza ancor prima che giuridica, dell’esistenza di una sfida cruciale per la nostra democrazia, che finalmente entra con forza nell’agenda politica e che da lì non uscirà. D’altro canto riconoscere e definire un problema e farlo entrare nella lista delle priorità di chi decide è l’essenza della politica. E non c’è nulla di più universale e trasversale del bisogno di cure; non guarda in faccia nessuno, colpisce chiunque senza tanti riguardi.

Non è un risultato da poco. Lo sanno bene non solo i diretti interessati, ma le numerose associazioni che nei comuni grandi e piccoli hanno da tempo costruito delle reti di sostegno e di accompagnamento ai caregiver, diventando supplenti di istituzioni che non c’erano, tamponando e tenendo in piedi nuclei familiari sull’orlo del baratro. “Se capita un incidente a un tuo familiare da un giorno all’altro o se dimettono dall’ospedale un genitore anziano, non sai dove sbattere la testa”, ripetono i caregiver. In Emilia Romagna sono state proprio le associazioni (la rete CARER ad es.) le parti sociali e le famiglie stesse a promuovere la prima legge regionale travasando in un testo normativo un’esperienza pratica di decenni.

Spesso sono le donne le più colpite dal carico di assistenza, le figlie femmine. Hanno tra i 40 e i 55 anni e sono schiacciate tra la cura di figli ancora minorenni e l’assistenza dei genitori anziani, magari cercando (acrobaticamente) di mantenere uno straccio di lavoro. I rischi di stress fisico e psicologico sono altissimi, il rischio di ammalarsi prima del tempo pure, a causa degli sforzi fisici. Ci sono poi i ragazzi e le ragazze minorenni che si prendono cura di fratelli disabili, rinunciando a tempi di scuola e di vita adeguati alla loro età.

Un altro tassello del welfare pubblico è stato aggiunto, dopo il primo Fondo contro la povertà assoluta. Ora la sfida è quella di creare un contenitore ampio e una visione di insieme del welfare pubblico, per evitare che nuove politiche pubbliche alimentino nuova frammentazione. Una visione d’insieme che dica chiaro e tondo che nelle moderne democrazie le compensazioni sociali, se flessibili, temporanee e rivolte a chi più ne ha bisogno, sono altrettanto importanti della crescita e della creazione di lavoro. Anzi, quanto più s’investe su crescita e ricchezza, tanto più è il momento di girare l’occhio verso le categorie fragili per tenere insieme tutti i bordi dell’impasto delle nostre società. Una visione che si chiama riformista, progressista e tutto sommato abbastanza di sinistra.

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