L’Italia non dovrà mai cessare di cercare la verità su Giulio Regeni

Opinioni

L’intervento di Luigi Zanda nelle Commissioni esteri di Senato e Camera riunite per il caso Regeni.

L’assassinio di Giulio Regeni è uno dei più terribili delitti a sfondo politico commesso all’estero, negli ultimi decenni, nei confronti di un cittadino italiano.
La crudeltà dell’assassinio, le torture cui è stato sottoposto, la messa in scena del ritrovamento del cadavere, la assoluta assenza di qualsiasi ragione plausibile per tanto orrore, sono tra i motivi che fanno escludere che si tratti di un delitto comune.

Giulio Regeni era uno studioso ed è stato torturato per estorcergli informazioni che non poteva dare perché non ne aveva conoscenza. Ed è stato poi ucciso per impedirgli di denunciare i suoi torturatori. Le radici del suo assassinio hanno, quindi, natura politica.
L’Italia non dovrà mai cessare di cercare la verità sinché non l’avrà ottenuta.
Dobbiamo indagare con tutti i mezzi legali a nostra disposizione e per tutto il tempo necessario. Questo dibattito nelle Commissioni esteri di Camera e Senato deve ribadire che questa è la volontà del Parlamento e del Governo italiani, senza calcoli o interessi diversi da quelli di giustizia. Ma non faremmo completamente il nostro dovere se non entrassimo anche nel merito politico di quei fattori internazionali che non possono non pesare sull’andamento di questa ancora irrisolta, tragica vicenda.

Toccherò, rapidamente, tre aspetti che considero preminenti.
I rapporti tra l’Italia e l’Egitto e il ritorno del nostro Ambasciatore al Cairo. Il rapporto di Giulio Regeni con l’università di Cambridge. La necessità di un lavoro di intelligence congiunto dei servizi segreti europei.

I rapporti tra la Repubblica italiana e la Repubblica egiziana sono, evidentemente, molto rilevanti in generale, ma lo sono particolarmente ai fini di una proficua collaborazione nella ricerca della verità. L’Italia, infatti, è la patria di Giulio Regeni, ma l’Egitto è il luogo dove è stato commesso l’assassinio.
Il presidente Gentiloni ha dichiarato che nella questione Regeni nessuna ragion di Stato dovrà mai prevalere sui principi etici e civili. Condivido totalmente questa posizione.

Parto da due domande tra loro collegate.
Più di un anno fa, l’Italia fece bene a ritirare il nostro Ambasciatore al Cairo come reazione a un evidente stallo delle indagini? Ma ora corrisponde all’interesse alla verità la decisione di riaccreditarlo dopo più di un anno di sede vacante?
Dico subito che a suo tempo il ritiro dell’Ambasciatore fu un atto proporzionato alla gravità delle circostanze. Era necessario per sollecitare le autorità egiziane a una più piena collaborazione nella ricerca della verità e a rendere evidente all’Egitto e alla comunità internazionale i sentimenti del nostro Paese per l’orrore del delitto.

Sin dai primi momenti era chiara la possibilità, anzi la probabilità, che dietro l’assassinio di Giulio si nascondessero responsabilità di spezzoni deviati dei sistemi di sicurezza egiziani o di elementi di malaffare ad essi legati.
Ma al di là di queste legittime preoccupazioni, non vi erano elementi giudiziariamente certi né sull’identità di chi aveva commesso l’assassinio, né sugli eventuali mandanti delle torture e del delitto.
Tutti gli elementi di fatto, ogni reale possibilità di indagine, tutte le informazioni erano e sono tuttora nella competenza delle autorità egiziane. In quella fase il ritiro del nostro Ambasciatore era l’unica misura politica che l’Italia poteva adottare per dimostrare quanto fosse per noi essenziale giungere presto alla verità.

Da quella decisione è passato più di un anno ed oggi, ancora più di allora, sappiamo che la giustizia per Giulio Regeni potrà venire solo dalla verità giudiziaria e che, per averla, le nostre pressioni dovranno continuare ad essere esercitate con forza e a tutto campo.
Da qui la necessità che l’Italia possa disporre, nel rapporto con le autorità egiziane, di strumenti idonei a promuovere non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello politico, diplomatico, delle relazioni internazionali e dell’opinione pubblica ogni possibile forma di pressione per ottenere una reale svolta nelle indagini.

Possiamo, onestamente, dire che un’ulteriore assenza dal Cairo dell’Ambasciatore d’Italia potrebbe maggiormente aiutare il raggiungimento della verità? Oppure pensiamo che possa essere più utile la pressione quotidiana di una nostra rappresentanza diplomatica completa, forte e determinata? Il Parlamento italiano ha il diritto di pretendere dal suo Governo il massimo impegno nella ricerca della verità. Ma ha anche il dovere di garantire al Governo la possibilità di utilizzare tutti gli strumenti politici e diplomatici che gli sono indispensabili per esercitare la pressione necessaria.

Sono lo spirito e le lettere della nostra Costituzione ad indicarci all’art. 11 la strada per la soluzione delle controversie internazionali. La Costituzione non ci chiede prove di forza, ma sempre e soltanto un dialogo fermo e un confronto chiaro e leale.

Tratto ora un altro aspetto della questione. Giulio Regeni era un cittadino italiano. Ma quando è stato assassinato era in Egitto per incarico dell’università inglese di Cambridge per conto della quale svolgeva un lavoro che gli era stato commissionato per obiettivi che, sino a prova contraria, dobbiamo ritenere di esclusivo interesse scientifico.
Questo è un punto delicatissimo che va chiarito in profondità e con la massima sollecitudine.

Non c’è ancora la necessaria chiarezza sulla strategia e sul costume didattico dell’Università di Cambridge nel commissionare ai suoi studenti ricerche con profili politici così delicati. Non sappiamo quale fosse sino in fondo il mandato di ricerca di Giulio Regeni che però era tale da mettere a rischio la sua stessa incolumità. Né sappiamo se era l’unico studente cui era stato affidato un compito così rischioso o se il suo incarico rientrava in un progetto più vasto e, in questo caso, quali fossero tutte le forze didattiche messe in campo dall’Università. Non conosciamo quale fosse il livello di protezione garantito da Cambridge ai suoi studenti mandati a far ricerca in un ambiente difficile e su temi di confine. Abbiamo avuto l’impressione di difficoltà nei rapporti delle autorità inglesi, accademiche e non, con la magistratura italiana. Né sembra che sinora Cambridge abbia mostrato un livello di collaborazione corrispondente al rilevante ruolo che ha avuto in tutta la vicenda. La Gran Bretagna è un tradizionale alleato dell’Italia. Solo una sua piena collaborazione può aiutare la verità.

C’è, infine, un ultimo aspetto della questione che va messo in evidenza. Riguarda la necessità che anche nelle indagini sull’assassinio di Giulio Regeni la collaborazione tra i servizi segreti dell’Unione Europea sia completa, priva di riserve, in grado di sviluppare tutta la forza informativa e investigativa di cui l’Unione nel suo insieme può essere capace. Sappiamo che tra i Servizi segreti dei paesi dell’UE la collaborazione e lo scambio di informazioni soprattutto nell’antiterrorismo sono molto intensi e producono risultati di grande interesse e di grande utilità. Ma i diversi servizi non costituiscono un corpo unitario come accadrebbe in un’Europa politicamente unita. Non possono avere, quindi, quel livello di integrazione totale che può venire soltanto da una struttura unitaria, da un’unica linea di comando e dalla dipendenza chiara da un’autorità politica democraticamente indicata.

Oggi i servizi segreti europei hanno una struttura nazionale e con la responsabilità della tutela degli interessi dei singoli Stati in tema di sicurezza e di protezione degli obiettivi economici e industriali. In Nord-Africa, per esempio, le politiche energetiche di diverse nazioni europee sono in esplicita concorrenza tra loro. È proprio questa complessità di interessi, sempre oscillanti tra il livello europeo e quello nazionale, a condizionare l’integrazione integrale dei servizi di intelligence nazionali. Dobbiamo salutare con particolare soddisfazione il clima politico e i risultati del recente vertice di Parigi tra Francia, Germani, Spagna e Italia.

Anche se non era previsto che a Parigi si affrontasse il caso Regeni, dobbiamo pensare che sia proprio da buone intese politiche che possono scaturire condizioni più favorevoli e migliori forme di collaborazione tra i Servizi segreti. Che è ciò che ci serve per avvicinarci alla verità.

Concludo.
La presenza al Cairo di un bravo Ambasciatore italiano con un mandato preciso ed esplicito di ricerca, pressione e collaborazione con le autorità egiziane, può aiutare e affrettare la ricerca della verità sulle responsabilità nell’assassinio di Giulio Regeni.

Ma ancor più potrebbe fare il lavoro di investigazione e di pressione di un’UE più integrata politicamente, meno concorrenziale al suo interno, che non subordini mai la libertà e la vita dei propri cittadini a qualsiasi tipo di interesse materiale degli Stati.
Giulio Regeni era cittadino italiano. E, insieme, cittadino europeo.

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